Don Ciotti: testimone della giustizia

Collisioni è passato e mentre i responsabili di questo convegno tirano le somme e ricordano gli ospiti famosi (Bob Dylan, Zucchero, Verdone e Patti Smith), non possiamo far passare sotto silenzio l’incontro con don Ciotti.

Per noi qui si è toccato il punto più alto di questa kermesse (iniziata a Novello e confluita nel 2012 a Barolo) di cultura, bellezza, “etica ed estetica”, vino e di-vino.

Come all’inaugurazione del Wi-Mu, due anni or sono, ricordavo che tutta la fortuna e la gloria di Barolo e del suo vino è dipesa dall’intelligenza e dall’intraprendenza dei Marchesi di Barolo, Giulia Colbert e Carlo Falletti, così l’apice dei messaggi di tutti i protagonisti, scrittori e cantanti, è stata la Messa di domenica 15 luglio, celebrata da don Ciotti e don Silvio Mantelli (il mago Sales, ambasciatore di tutti i bambini poveri del mondo ai quali regala un sorriso e un aiuto) nella chiesa parrocchiale di Barolo e nella Piazza del Castello, entrambe stracolme.

La sua parola e la sua persona ci hanno fatto capire la grande testimonianza e l’eroismo dei cristiani che pagano con la vita e il martirio, la fede in Gesù e la difesa dei diritti dei poveri. Da San Giovanni Battista («Non licet tibi!», rivolto ad Erode), fino agli uomini uccisi dalla mafia (Falcone, Borsellino, il generale Carlo Alberto della Chiesa), ai cari don Pino Puglisi (1993) e don Giuseppe Diana (ucciso il 19 marzo 1994) e a tanti altri conosciuti (il giudice ragazzino Livatino e il sindaco Vassallo) o sconosciuti.

Mentre don Ciotti parlava, gli occhi di tanti scorrevano le beatitudini scritte sul cornicione della chiesa parrocchiale e si fermavano sulla beatitudine “beati quelli che sono perseguitati per la giustizia, perchè di essi è il regno di Dio!”. Mentre le altre beatitudini sono al futuro, questa è al presente: chi paga per la giustizia è già nel regno di Dio.

Di don Ciotti conosciamo la sua lotta contro la mafia e il dramma della droga (cooperative, l’associazione Libera): la scorta che sempre l’accompagna è il segno dei possibili attentati che gli possono capitare. Con lui il ricordo va ad altri due sacerdoti: don Pino Puglisi, il prete del quartiere Brancaccio a Palermo, colpito dall’invettiva del 9 maggio 1993 dell’allora pontefice Giovanni Paolo II, dalla valle dei templi di Agrigento rivolta direttamente ai mafiosi: «Nel nome di Cristo, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!».

Insieme ad altri sacerdoti s’impegnò in prima linea, protagonista della Primavera della Città. Con l’oratorio, le cooperative e lo sport toglieva i giovani alla manovalanza dei clan mafiosi e alla criminalità organizzata. Ucciso il 15 settembre 1993, sarà proclamato beato, segno di una nuova sensibilità della Chiesa che così scomunica la falsa religiosità dei mafiosi.

 Don Giuseppe Diana, la mattina del 19 marzo 1994 fu ucciso dai killer del clan dei Casalesi a Casal di Principe dove aveva preso posizione esplicita contro lo strapotere della famiglia che dominava la zona. Ricordarlo è la dimostrazione che anche questa terra può essere raccontata in modo diverso.  Don Diana non voleva fare il prete che accompagna le bare dei ragazzi soldato massacrati dicendo “fatevi coraggio” alle madri in nero. A condannarlo fu ciò che aveva scritto e predicato. In chiesa, tra le persone, in piazza, tra gli scout, durante i matrimoni. E soprattutto il documento scritto insieme ad altri sacerdoti: “Per amore del mio popolo non tacerò”, distribuito il giorno di Natale del 1991. La persecuzione contro di lui continuò anche dopo la morte: nel 2010 la sua tomba fu sfregiata. Il vescovo Spinillo scomunicò gli autori.

Quest’anno, diversi attentati hanno distrutto i raccolti di diverse cooperative di Libera Terra. Don Ciotti: «Facciamo paura ai clan». Ricordiamo una frase di Dostoevskij (“Delitto e castigo”): «Gli uomini non accettano i loro profeti, e li uccidono. Però amano i loro martiri, e adorano coloro i quali hanno torturato fino alla morte».

 Don Lorenzo Castello