Gesù Cristo ha salvato anche i non cristiani?

Ogni anniversario della morte di mons. Rossano (15 giugno 1991) è occasione per un momento di incontro tra vecchi e nuovi amici e di riflessione su uno dei temi a cui lui ha dedicato la sua fatica di uomo e studioso.
Quest’anno il Centro studi a lui dedicato ha scelto come relatore don Andrea Pacini, docente della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, che ha affrontato una questione stimolante: “Cristo unico salvatore universale: quale ruolo delle religioni nel piano salvifico di Dio?”.

Da sinistra mons. Giacomo Lanzetti, Battista Galvagno e don Andrea Pacini.

Le religioni non cristiane sono vie di salvezza? La questione è stata riaperta dal concilio Vaticano II, dopo che, per secoli aveva prevalso la tesi secondo cui i cristiani si salvano grazie alla Chiesa e ai sacramenti, i non cristiani in forza della retta coscienza e dell’amore al prossimo, come insegnato da Gesù: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare…» (Matteo 35,31).
Nell’immediato pre-concilio e durante i lavori conciliari, il tema è stato ripreso, per tentare di scoprire e fondare un ruolo positivo anche delle religioni, viste o come preparazione evangelica o come contenenti in sé alcuni semi di salvezza, fatti poi germogliare da Cristo.

 Piero Rossano è stato uno dei protagonisti del post-concilio, che ha aperto canali di dialogo con i non cristiani attraverso il Segretariato da lui diretto dal 1973 al 1983. Il ruolo di Rossano è stato eccellente sul piano dei rapporti interpersonali, dei contatti diretti con i leaders delle diverse religioni mondiali. Ha partecipato però anche al dibattito teologico che si è avviato lungo binari diversi. Secondo il prof. Pacini, in questi cinquanta anni dopo il Vaticano II, la riflessione teologica si è snodata lungo tre itinerari.

Mons. Pietro Rossano

1. C’è chi continua a sostenere che fuori della Chiesa non c’è salvezza. Questa tesi, condannata dal Sant’Uffizio negli anni ’40 del secolo scorso, teorizzata dal primo Bart, è oggi presente in alcune Chiese evangeliche protestanti, tra cui i pentecostali, ed era una delle posizioni problematiche del movimento scismatico di Lefebvre.

2. C’è chi tende a mettere tutte le religioni sullo stesso piano, non solo dal punto di vista morale, considerando la dignità personale dei loro membri, ma anche dal punto di vista teologico.   Le religioni sono insomma strade parallele per arrivare a Dio, alcune più dritte, altre più tortuose, ma tutte ugualmente tendenti alla meta. Ogni uomo può scegliere liberamente tra esse, a seconda dei suoi gusti.

3. C’è infine la posizione di chi afferma che bisogna partire da Cristo, venuto a rivelare agli uomini il progetto di salvezza di Dio il quale vuole che tutti siano salvi e giungano alla conoscenza delle verità. Questo disegno di salvezza si realizza certamente attraverso la Chiesa, che annuncia il Vangelo e amministra i sacramenti, ma può arrivare anche ai non cristiani attraverso gli elementi di bene presenti nelle loro religioni. Anche nelle religioni non cristiane opera misteriosamente lo Spirito; nella ricerca di Dio da esse promossa c’è l’azione della grazia e tutte tendono a quella pienezza finale in cui Cristo sarà “tutto in tutti”. Questa era la posizione di Rossano.

 Le risorse del dialogo della spiritualità. La riflessione teologica è certamente importante e dovrà approfondire le proprie ricerche. Ma accanto a essa non dovrà mai mancare il dialogo della spiritualità: la condivisione di esperienze spirituali da parte di esponenti di religioni diverse.
Era la strada intrapresa, ad esempio dai monaci trappisti di Tibhirine in Algeria, barbaramente uccisi nel maggio 1996, non si sa se a opera di fondamentalisti islamici o per errore dai servizi segreti. È lo spirito che aveva animato il grande incontro interreligioso di Assisi, fortemente voluto da Giovanni Paolo II nel 1986, in cui rappresentanti di tutte le religioni si sono trovati insieme a pregare, ognuno nella sua lingua e con la propria liturgia, per la pace nel mondo.
C’è infine il dialogo che va avanti nella quotidianità, negli incontri interpersonali che quasi tutti noi abbiamo con persone di religione diversa: questo è compito di noi laici e si affianca alla riflessione teologica e alla condivisione di esperienze spirituali dei monaci. Rossano, uomo del dialogo e della parola, ha sempre nutrito ed espresso grande stima e ammirazione per l’esperienza monastica, considerandola non soltanto una scelta di vita insostituibile all’interno delle grandi religioni, ma anche un riferimento privilegiato nell’attività di dialogo.
Egli amava raccontare e descrivere con vivacità e dovizia di particolari gli incontri con queste eminenti personalità, presenti, presso tutte le religioni, in tutte le parti del globo. Il silenzio monastico può essere talvolta la comunicazione più efficace.

 Speranza e dialogo. Rossano aveva individuato nella speranza l’anima e la forza del dialogo. Questa la sua conclusione di un articolo dal titolo “Dialogo e annuncio cristiano”: «Certamente il dialogo non è la soluzione facile, soprattutto verso l’islam, dove appare quasi senza prospettive. Tuttavia non abbiamo il diritto di sostituirci a Dio nel prevedere il corso della storia. Incombe invece il dovere di agire come uomini e come cristiani. E la vocazione umana e cristiana è vocazione al dialogo. La fede nel disegno divino sulla storia e la certezza cristiana che Dio non ha ancora finito di riconciliare e riunire a sé tutte le cose in Cristo, offrono alla speranza del dialogo una radice inesauribile».

Battista Galvagno