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Inchiesta giovani in Piemonte

Come nella vita di un individuo, per comprendere lo stato di salute di un territorio non basta guardare il presente. Bisogna osservare l’intera storia dall’alto. Applicare su una popolazione questo processo non è facile, ma l’Ires (Istituto di ricerca economico e sociale) ci ha provato in Piemonte. Analizzando gli ultimi anni, l’Istituto ha tentato di comprendere le forze che si agitano sotto il caleidoscopio politico, sociale e finanziario, dal punto di vista dei giovani tra i 15 e i 24 anni.

L’occupazione è il primo indicatore attendibile. Ci sono segnali deprimenti, altri eccezionali. Ad esempio, sembra agonizzare l’industria manifatturiera. Qui i giovani occupati passano dal 2004 al 2010 dal 31 al 23 per cento. Un vero collasso, controbilanciato dall’inserimento delle fasce giovanili in attività legate ad alberghi e ristoranti (dal 7 a quasi il 14 per cento). Le strutture alberghiere – e l’industria del turismo, dunque – si candidano a “Santo Graal” dell’economia nostrana under 24. Per il resto, come ha spiegato il ricercatore dell’Ires, Luciano Abburrà, «altre importanti variazioni positive sono state registrate dall’agricoltura (che dal 3 passa al 5 per cento degli occupati giovani), ma ancor più dai servizi alle persone, che nella componente “istruzione, sanità e servizi sociali” passano dal 4,5 al 6 per cento e per gli “altri servizi” da meno del 6 a quasi il 10 per cento degli addetti con età fra 15 e 24 anni. Per le ragazze, poi, l’insieme di questi due ultimi aggregati giunge ad assorbire il 30 per cento, dal 18 per cento che rappresentava nel 2004».

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Artigiani nello sgabuzzino? Poi, ci sono le “specie in estinzione”, professioni che svaniscono in un universo in stravolgimento. Ad esempio, se nel 2004 vi erano ancora 35 mila giovani under 24 piemontesi occupati come artigiani od operai specializzati, nel 2007 erano diminuiti a 27 mila e nel 2010 si sono ridotti a 23 mila.

I dati Istat sul Piemonte ci dicono poi che se nel 2004 si contavano circa 25 mila apprendisti fra 15 e 24 anni, nel 2008 si erano ridotti a 15 mila e nel 2010 superavano appena i 10 mila. Un altro fattore di criticità è la limitata “tenuta” dei contratti d’apprendistato: almeno il 40 per cento delle assunzioni si interrompe nei primi dodici mesi, con un tasso di sopravvivenza fino al termine previsto nell’ordine del 25 per cento. L’evoluzione, per chi la desidera, diventa una strada da percorrere in solitaria, per la quale serve caparbietà, autostima e dedizione incondizionata al sogno.

Matteo Viberti

92 under 24 su 100 vivono in famiglia

“Dalla ricerca Ires emerge come molti giovani restino volentieri nei nuclei di origine. Nel 2009 in Piemonte viveva in famiglia il 92,5 per cento dei ragazzi tra 18 e 24 anni, e il 36,5 per cento dei giovani tra 25 e 34 anni. Il fenomeno dei “figli eterni” appare giustificato da varie ragioni. La matrice familiare è il “brodo” in cui si nasce, dunque le sue dinamiche possono rivelarsi predittive di quello che sarà il futuro. Maria Cristina Migliore, ricercatrice dell’Ires, ha tentato di dipingere il ritratto dei genitori di ieri, cioè quelli di circa quindici anni fa, ai tempi in cui gli attuali giovani erano bambini.

Spiega la ricercatrice: «Alla fine degli anni Novanta nel Nord Italia prevaleva un modello educativo improntato sui ruoli di genere». Le differenze sui “lavori domestici”, ad esempio, sono impressionanti. L’indagine Multiscopo dell’Istat mostra come nel 1998 solo il 21 per cento di bambini e ragazzini tra 6 e 17 anni si rifaceva il letto da solo contro il 45 per cento delle ragazzine della medesima fascia di età. Ampio il divario anche quando si trattava di rimettere a posto le proprie cose: 50 per cento contro 67. L’attività domestica che coinvolgeva la maggior quota di ragazzi e ragazze era quella di apparecchiare e sparecchiare il tavolo: lo faceva quasi il 55 per cento dei maschi contro il 73 delle femmine. I figli adolescenti (14-17 anni) uscivano tutti i giorni più delle coetanee (42 per cento contro il 33) e possedevano le chiavi di casa più spesso (84 per cento contro l’82).

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Si tratta di discrasie pesanti, differenze di trattamento, retaggio di mentalità antiche e tradizionaliste. Soprattutto, sono discriminazioni che tendono a perpetrarsi nelle menti. Spiega Migliore: «Non sorprende che le giovani coppie si trovino a riprodurre il modello di divisione sessuale dei carichi familiari. Secondo l’indagine Istat sull’uso del tempo nel 2008, esiste una netta disparità tra i generi al passaggio dalla fascia di età 15-24 anni a quella dei 25-44 anni. Nella prima classe i maschi dedicano 28 minuti al giorno al lavoro familiare, contro un’ora e 36 minuti delle donne; nella fascia successiva i dati diventano un’ora e 21 minuti per gli uomini e balzano a 5 ore e 5 minuti per le donne, incremento dovuto all’uscita dalla famiglia di origine e alla presenza di carichi familiari».

m.v.