Su questo sito utilizziamo cookie tecnici.

L’uomo senza tempo. Cronache da (sotto) il palco di Bob Dylan a Collisioni

A Bob Dylan c’erano sei mila aspettative. Nel senso che ci saranno state seimila persone, ciascuna con una diversa e personale aspettativa. Chi diceva che sarebbe stato il concerto più bello della sua vita, chi invece che Bob non sarebbe stato quello di un tempo perché ormai di anni ne ha 71, chi invece sosteneva che Barolo non sarebbe bastato a contenere tutta la gente proveniente da ogni pertugio italico, chi s’immaginava di cantare pezzi come Mr. Tambourine Man e The times they are a changin’, che sono quelli più romantici. Tutte queste aspettative erano ringalluzzite e amplificate dall’idea che, perlomeno in patria, sarebbe stato difficile vedere ancora un’esibizione del cantautore americano. Perlomeno nell’immediato futuro.

L’esclusività del concerto, e la sua strana collocazione – chi l’avrebbe detto che le Langhe fossero degne di tale nome – contribuivano a gettare un’aura di grandiosità. Fino a quando la fatidica sera è calata. Neanche il tempo di entrare in piazza che alle nove e venti – esattamente come da programma – Bob era salito sul palco. Tu ti guardavi attorno e tra le cose visibili vedevi: un signore anziano seduto su una sdraio in centro alla piazza. Donne e uomini sul proprio balcone, a rimirare uno degli artisti più grandi del mondo suonare sotto il proprio citofono. Una bambina in spalla al padre che cercava di dimostrare che pure lei, di tutto quel caos, ne sapeva qualcosa. Gruppi di adolescenti e giovani innamorati, che si stringevano e dondolavano. Le stelle sopra a dare una punteggiatura “cinematografica” allo spazio. Un giovane inquieto con una collana d’argento, che guardava lontano come se gli mancasse qualcosa.

Infine Dylan: che ha iniziato a cantare brani insospettabili. Mica quelli più celebri. Le armonie erano blues  o jazz, come si sentiva mormorare dai meno esperti. La sua voce non era quella di un tempo: più profonda e quasi sofferente. I testi si faticava a capirli, strascicati. All’inizio allora è sembrato che un peso, uno stordimento collettivo, uno spiazzamento che ammutolisce fosse piombato sulle teste dei seimila. Com’è possibile?  Non eri equipaggiato a interpretare o «leggere» al meglio quella musica inattesa. Poi, due o tre brani dopo, qualcosa è cambiato. Il vacillamento è stato sostituito da un sentimento nuovo. Ti accorgevi di una nuova “dolcezza”, una nuova “grammatica” nelle note di pianoforte, nelle vocalizzazioni esasperate. Allora ti guardavi intorno: l’anziano signore sulla sua sdraio si era appiccicato ai braccioli, le coppie di innamorati si erano avvicinate di qualche centimetro e i signori dal balcone aggrappati alle ringhiere, come avessero paura di cadere. Il giovane inquieto stava sull’attenti, guardava dritto davanti con gli occhi illuminati, e aveva la mano stretta sulla sua collana d’argento.

La verità è che Bob era cambiato, si era trasformato. Una cosa difficile da accettare. Ora l’artista – questa è la verità – era qualcosa di più. Nella sua persona c’era il ragazzino di un tempo, il cantautore adulto degli anni ottanta, il sapiente bluesman di oggi. Era lo sommatoria degli innumerevoli “Bob” del passato. L’impressione era di assistere a una “completezza”, a qualcosa di inequivocabilmente riuscito. Le seimila aspettative, dopo due ore di concerto, erano sgominate. La realtà le aveva battute in meraviglia. Alle undici e venti, tutti a casa. Il fiume umano se ne andava, chi in macchina chi a camminare in lenta processione nel buio delle colline. Un venditore di poster fuori dai cancelli, con accento straniero, dei vestiti colorati e una fascia tra i capelli, urlava qualcosa di indefinito. Proprio come in quei raduni hippie del passato. Il tempo, ti veniva da dire, aveva proprio smesso di esistere.

Matteo Viberti