Francesco De Gregori, l’“altrove” che guarisce a Craviano

MUSICA Butterò questo mio enorme cuore fra le stelle un giorno, giuro che lo farò, e oltre l’azzurro della tenda nell’azzurro io volerò», dice nel testo della Donna Cannone. La prima cosa che notavi era che, mentre Francesco De Gregori cantava – nel suo tono lirico, malinconico di qualcosa che è stato o qualcosa che sarà – sembrava rivolgersi a una certa categoria di persone: quelle che cercano oltre, chi non può fare a meno di desiderare un “altrove” più morbido, chi ha una “lontananza” dentro e passa la vita a tentare di colmarla. La seconda cosa che ti colpiva era che De Gregori dopo il concerto non voleva farsi avvicinare da fan, pubblico o giornalisti, come se il palco fosse una linea sacra e inviolabile. Come se le canzoni fossero separate dalla carne, l’artista dalla persona. Era presunzione, superbia da star? Poi ti guardavi attorno e capivi.

Francesco De Gregori sul palco di Craviano

Francesco De Gregori ha cantato domenica 2 settembre a Craviano, di fronte a centinaia di persone. Un incontro, quello tra il “principe dei cantautori” e il pubblico, allestito dalla Collina degli Elfi, che inaugurerà questa settimana la casa-accoglienza per i bambini affetti da cancro o malattie croniche. A questo scopo è stato devoluto il ricavato del concerto. Ecco, ora diventava tutto chiaro: la musica come antidoto alla malattia. È stata una terapia “alternativa” quella proposta da De Gregori e dalla Collina degli Elfi, una terapia che non necessitava di autografi, foto-ricordo, interviste nel post-performance. Piace pensare che in quel momento De Gregori si esibisse per un universo più piccolo di quello quotidiano, diverso da quello ordinario: l’universo della malattia infantile, di bambini-che-cercano una salvezza, in un altrove che solo l’arte sa evocare.

Le nubi scese a interrompere l’estate, il palcoscenico racchiuso tra due colline e la luna piena davano l’idea di un “distacco”, di una porzione di mondo separata del resto: “l’altrove” creato da De Gregori non era dedicato solo ai bambini col cancro, ma anche al pubblico. Intanto lui cantava: «Bellamore Bellamore, fatti consumare. Evieniti a coprire, vieniti a riscaldare, su questa poltroncina a forma di fiore. Questo tempo che viene non darà dolore, questo tempo passerà, senza farci del male». Tra il pubblico sulla collinetta a lato del palco, seduti su cartoni appoggiati sul fango per non sporcarsi, si sentivano commenti: «Questa mela cantava miamammacome ninnananna». Oppure: «Ecco, non ti farò mai delmale ». Oppure c’era solo chi ballava o alzava le mani silenzioso al cielo. «Pezzi di lacrime e pezzi di persone Ognuno è figlio della sua sconfitta / Ognuno è libero col suo destino / Butta la chiave e vai in Africa, Celestino!», continuava il cantautore. Nella prima parte di concerto la gente commentava e si confessava al compagno, si apriva in commenti sentimentali trasgredendo la regola implicita locale, devota alla discrezione e all’introversione. Alla fine, tutti stavano in silenzio. L’“altrove” di De Gregori aveva fatto breccia. Tutti in quel momento erano lì, fisicamente. Ma erano anche “laggiù”: un passo più vicini a quello che ognuno stava cercando.

Matteo Viberti