Il direttore risponde (27 novembre)

«La depressione spesso è figlia della solitudine in famiglia»

In tv su Raitre, ho ascoltato un’interessante discussione sul “male oscuro”, ovvero la depressione, che colpisce molte persone, specie quelle più sensibili. Uno psichiatra famoso rispondeva agli ascoltatori: «Non si tratta di una vera e propria malattia», dipende dall’ambiente che ti circonda, specie quello familiare, che, dopo averti “usato”, quando non servi più, non ti sta vicino, ti fa sentire una nullità; qui scatta quindi un grande problema, chiamato “solitudo”, che ti deprime e non hai più voglia di nulla e di niente; ti senti solo anche in mezzo alla folla… La notte è lunga, perché non dormi, ti fa sentire quanto ti manchi anche solo una mano amica che sfiori la tua, che ti rassicuri… Invece no: hai gli amici, quelli veri, che ti danno sostegno, sempre, che si metterebbero in quattro per vederti almeno sereno, ma non ti basta perché la tua famiglia non esiste più, per loro sei uno scarto! Lo psichiatra diceva inoltre che il mondo d’oggi è fatto di apparenze, che è vincente il “dio denaro” su tutto e tutti, dimenticando che nessun bene si compra con “la merde du diable”; il dio denaro compra le cose, non le persone e i loro sentimenti, mai, in nessun caso! La depressione, o mal di vivere, ha colpito diverse persone famose; mi vengono in mente il grande Gassmann, che, dopo essersi ritirato dalle scene, ha scritto il bel libro Memorie dal sottoscala, il noto scrittore Primo Levi, che si è suicidato (forse per “colpa” dei ricordi che lo attanagliavano), e ancora il giornalista Indro Montanelli e quanti altri ancora? Meditiamo, non giudichiamo: non tocca a noi, ma a Dio!

Un’abbonata

La depressione colpisce molte persone. Ed è una vera e propria malattia. Chi è malato ha bisogno di affetto, di comprensione, e di venir riconosciuto come tale. Anche se i malanni del corpo sono più evidenti di quelli della mente. A partire da qui vorrei fare due brevi riflessioni. La prima riguarda il nostro mondo della comunicazione, dei social network, della tecnologia che ci fa essere sempre “connessi”: pur in un contesto di relazioni continue, la gente si sente sola. Questo è ancora più terribile quando avviene all’interno delle famiglie, il luogo per eccellenza della comunione, dello stare assieme («Non è bene che l’uomo sia solo», dice Dio stesso nel libro della Genesi). Tutto ciò fa molto pensare: non bastano gli strumenti o i contesti, bisogna che ciascuno sia se stesso, non venga spersonalizzato, non si senta un numero. Una seconda riflessione è sul come uscire da questo male. A parte l’aiuto della medicina e della psichiatria nei casi veramente gravi, che cosa si può fare? Non ho certo soluzioni definitive, ma penso che sia importante prima di tutto recuperare se stessi, la propria autostima, comprendendo quanto valiamo, almeno agli occhi di Dio. Qui sono utili i momenti di silenzio, di preghiera, il recupero della dimensione interiore, delle pause per meditare sulla propria vita. La dimensione relazionale poi è fondamentale, l’uscire da se stessi, incontrare gli amici, dialogare con qualcuno, dare una mano a chi è in difficoltà e ha bisogno di una parola buona o di un aiuto concreto. Infine non vanno trascurati da noi cristiani i grandi doni dei sacramenti, in particolare la penitenza o riconciliazione e l’Eucaristia. Veniamo con essi ricolmati della misericordia di Dio e nutrendoci del corpo di Cristo resi forti per affrontare la vita di ogni giorno. L’Eucaristia infatti è detta anche viatico, il pane cioè che ci sostiene nel cammino.