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Lilli Gruber “Cittadina d’Europa”

Lilli Gruber ha intrapreso un’arrampicata sul suo albero genealogico per curare il suo ultimo libro. Eredità, edito da Rizzoli, è un romanzo storico basato sul contenuto di un vecchio diario sudtirolese: nelle pagine si sviluppa la storia di Rose, bisnonna dell’autrice, che, nel 1918, vede sgretolarsi l’amato impero austroungarico – il dramma del cambio di cultura e d’identità, l’Austria che diviene Italia. Dal ritmo accattivante, l’opera rappresenta l’esordio di Gruber nel mondo della narrativa. Sabato scorso, alla fondazione E. di Mirafiore di Fontanafredda, dopo aver svelato i segreti del lavoro, la giornalista ci ha concesso un’intervista. Il prossimo ospite del Laboratorio di Resistenza permanente sarà Franco La Torre: appuntamento fissato per sabato 15 dicembre alle 18.30.

Gruber, a quale nazionalità sente di appartenere?

«Mi sento e sono una cittadina europea. Spesso mi viene domandato in che lingua penso o in che lingua sogno. Mi trovo a rispondere che tutto dipende dal luogo in cui permango, dalla gente con cui sto. È tutto diverso rispetto al passato: mia bisnonna conservava determinati valori che si traducono nel trinomio Dio, Imperatore e patria. Io differisco, mi reputo filoeuropea; per questo motivo non posso che temere gli accenni anti-euro e anti-europeisti dimostrati negli ultimi tempi da alcuni politici. Prevedo una campagna elettorale difficile».

Ha accennato al concetto di antifascismo nel Sudtirolo. Può approfondire?

«Prima e durante la seconda guerra mondiale essere antifascisti nel Sudtirolo in qualche modo significava essere filo nazionalsocialisti. La maggioranza delle persone non accettava di perdere le proprie radici, l’identità austroungarica; in altre parole Mussolini rappresentava l’Italia: porsi contro il dittatore era un modo per rifiutare la “colonizzazione” italiana del Trentino. L’Austria tuttavia fu conquistata da Hitler, perciò si evince che antifascista fu sinonimo di anti-italiano e filonazista. Come si nota, anche i concetti mutano in base al luogo di provenienza».

Da reporter, giornalista e conduttrice televisiva, reputa che il mondo del giornalismo stia mutando?

«I tagli, la crisi non aiutano il mondo dell’informazione. I primi a patire tale situazione sono gli uffici di corrispondenza; i reporter sono diminuiti in maniera considerevole negli ultimi anni. Ciononostante i giornalisti che consumano la suola delle scarpe, coloro che vivono sui fronti di guerra o che raccontano storie lontane smetteranno mai di esistere. Esiste la necessità di raccontare. Per quello che riguarda il giornalismo praticato in Italia, qualche mese fa si è assistito a un episodio spiacevole, capace di smuovere gli animi dell’opinione pubblica: parlo del caso Sallusti e del problema della diffamazione. Nessuno si merita il carcere, ma qualsiasi giornalista deve essere accorto e saper rettificare quando occorre. L’informazione deve rimanere libera».

Marco Viberti