Dire la fede oggi in Europa

Nuovo appuntamento con i Lunedì di San Paolo lunedì 14 gennaio alle 21 nel tempio di San Paolo (Alba), con don Severino Dianich, una delle voci più autorevoli della teologia italiana. L’intervista che don Dianich ci ha rilasciato è legata al tema dell’incontro: “Dire la fede oggi in Europa”. In Europa i cristiani sono presenti da due millenni, hanno contribuito alla creazione di una civiltà plurale, hanno di fatto impregnato la cultura, la storia e le istituzioni di questo continente. La “nuova” Europa è diventata una sfida anche per i cristiani, i quali devono portare il loro contributo specifico alla configurazione di questa nuova entità. È significativo notare come la mancata menzione delle radici cristiane nella carta costitutiva del nostro continente abbia riacceso il dibattito sulla storia dell’Europa e, insieme, risvegliato il rammarico di molti credenti. In questa Europa i cristiani sono invitati a un confronto con la modernità, con il pluralismo culturale, religioso ed etico e a comunicare la fede ascoltando gli uomini e le donne di oggi e annunciare loro la buona notizia in un linguaggio comprensibile.

Che cosa significa proporre la fede “oggi, nel nostro tempo”? A chi ci rivolgiamo, don Dianich?

«Il primo interlocutore deve essere chi non ha fede. Spesso è l’interlocutore più dimenticato. Il fenomeno del non cristiano in Europa è relativamente nuovo, perché una volta la fede veniva trasmessa in famiglia e non c’erano grandi migrazioni da altri Paesi di religioni diverse, non c’era il fenomeno abbastanza diffuso dell’agnosticismo e dell’ateismo. Oggi invece non è più così e quindi credo che comunicare la fede significhi prima di tutto rivolgersi all’interlocutore che non ha la fede».

In Europa le parrocchie si svuotano, le cattedrali medievali, simbolo stesso della fede, sono invase dai turisti e solo nelle occasioni più solenni ritrovano la loro funzione. E il cristianesimo, elemento fondante dell’identità di questo continente, non ha trovato spazio nella nuova Costituzione europea. Eppure, la fede è ancora viva ma si è rifugiata nella sfera privata. È vera questa analisi?

«Relativamente. Non credo che il fatto di non avere una posizione pubblica di autorità giuridicamente circoscritta come una istanza superiore ad altre – questo la Chiesa ha perduto – abbia fatto perdere alla Chiesa una funzione pubblica. Il problema credo si sposti, allora; è chiaro che nel vecchio sistema a dare figura pubblica alla Chiesa era un quadro giuridico alla fin fine almeno difeso dai concordati, oggi invece la figura pubblica alla Chiesa la devono dare i cristiani e i laici in primo luogo, come cittadini della società civile. E, quindi, non è detto che la Chiesa non eserciti una funzione pubblica se la sua autorità gerarchica non è istituzionalmente riconosciuta».

Una delle questioni più delicate è l’accessibilità della fede: si rifiuta la “burocrazia” delle chiese istituzionali, ci si avvicina piuttosto a quei gruppi che offrono una religiosità user friendly, di facile accesso, chiara e comprensibile.

«Questa è una vecchia questione se vogliamo, di un proclamato avvicinamento e ricerca di Gesù e di Dio da un lato e di rifiuto della Chiesa dall’altro. Io credo che da parte dei credenti cattolici si tratti di chiarire prima di tutto che la fede è in Gesù, non nella Chiesa. Una volta che Gesù occupa un posto decisivo nella mia vita, allora io non posso fare a meno della Chiesa. D’altra parte, quel Gesù stesso che desidero raggiungere non lo conoscerei neanche se la Chiesa non ci fosse, perché me ne ha tramandato la memoria e continua a presentarmelo».

In Italia, rispetto ad altri Paesi europei, c’è ancora una frequenza ai sacramenti piuttosto alta: ci si rivolge alle parrocchie per i battesimi, matrimoni, funerali. Come fare per utilizzare bene queste occasioni e rendere più visibile Dio a chi lo cerca?

«Prima di tutto avrei un’opinione su ciò che non si deve fare. Non credo che in questa situazione possa essere né fruttuoso e neanche giusto fino in fondo quello che si sente e viene proposto, e cioè che la Chiesa deve introdurre criteri più rigidi nel dire sì o no, ti do o non ti do il sacramento. Non credo che questa sia la soluzione. Invece, in fondo la sua domanda già in qualche maniera la suggerisce. Occorre cogliere un’opportunità di grande valore (però non accontentandosi di “svendere” i sacramenti senza preoccuparci quanto e come tocchino il cuore e le convinzioni di coloro che li chiedono), essendo la grande occasione per risvegliare il discorso e l’interrogativo sulla fede. L’esperienza di tutti i pastori e di tanti laici impegnati nella preparazione dei giovani al matrimonio, per esempio, è molto bella, quasi sempre la coppia è mista, in realtà: uno credente e praticante, l’altro o non praticante o neppure credente. In questo caso si richiede l’incontro personale con la coppia che diventa molto fecondo».

Filippo Rappa

CHI È Don Severino Dianich

Nato a Fiume nel 1934, laureato in teologia all’Università Gregoriana di Roma, già presidente dell’Associazione teologica italiana, dal 1989 al 1995 è sacerdote della Diocesi di Pisa, incaricato della pastorale della cultura e dell’università. Professore di teologia sistematica nello Studio teologico fiorentino, ha posto al centro delle proprie riflessioni i temi dell’ecclesiologia; don Dianich è anche direttore della rivista teologica “Vivens Homo”. Per le edizioni San Paolo ha pubblicato: La Chiesa e le sue chiese. Teologia e architettura (2009); Per una teologia del papato (2010), La Chiesa, una “realtà complessa” tra istituzione e mistero (2010), con Lambertus J. Lietaert Peerbolte Fino agli estremi confini. La missione nella testimonianza biblica e nella fede cristiana (2010), Chiesa e laicità dello Stato (2011) e Forme del popolo di Dio tra comunità e fraternità (2012).

IL LIBRO

A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II si ha l’impressione che ancora oggi la Chiesa non riesca a immaginarsi in una sua forma ideale e, quindi, neanche a darsi con decisione un nome con cui abitualmente chiamarsi. Il lessico risulta affollato di termini: Chiesa, popolo di Dio, Chiesa cattolica, Chiesa universale, universa Ecclesia, Chiesa locale, Chiesa particolare, diocesi, comunità diocesana, “Chiesa che è in…”, parrocchia, comunità parrocchiale, fraternità, comunità religiosa, associazione cattolica, movimento cristiano, ecc. L’idea che ha avuto più vasto e più lungo corso in questi ultimi decenni, per la sua capacità di cogliere la Chiesa nella propria esperienza concreta, è stata, indubbiamente, quella dicomunità. E tuttavia il termine “comunità”, che non viene dalle fonti bibliche, come il termine “popolo”, né dalla tradizione liturgica come “famiglia”, risulta carico di non poche antinomie. Perché, allora, non pensare a un altro termine, che ne accolga tutte le istanze positive e le arricchisca di proprie? E se questo nome teologico fosse la “fraternità”?

Il volume sarà presentato lunedì 14 gennaio alle 17.30 nella chiesa della Maddalena in via Maestra in collaborazione con il centro culturale San Paolo, l’Ufficio cultura della Diocesi di Alba e la libreria San Paolo. Per informazioni: marcello.lauritano@stpauls.it, cell. 335-13.43.259.