Parole per un anno: FEDE

Noi e DIO, in tempi duri

Franco Garelli, in tempo di difficoltà economica, quali cambiamenti assume la dimensione della fede? C’è una maggiore propensione ad “affidarsi” o una crescente disillusione, secondo lei?

«Sulla base di quanto emerge dalle mie indagini (come si delinea nel volume Religione all’italiana), la modernità avanzata non spegne il bisogno di Dio, anche se non riempie necessariamente le chiese. Contrariamente a ciò che alcuni pensano, oggi non siamo in un’epoca di indifferenza religiosa, in cui si ritiene che sia insignificante o superfluo o anacronistico credere. Almeno a livello ideale si guarda alla religione come a una risorsa di senso, capace di rispondere ai grandi interrogativi dell’esistenza, di illuminare i momenti bui della vita, di dar slancio alle proprie attese. Ciò vale soprattutto in un periodo denso di incertezze e di insicurezze, pervaso dalla difficoltà economica e dalla precarietà del vivere. L’inquietudine spinge alcuni verso nuove mete spirituali, ma i più ricercano certezze e rassicurazioni nella religione della tradizione, anche se il loro cammino in questo campo è incerto e altalenante. In un mondo sottosopra, molti avvertono l’esigenza di mettere ordine nella propria vita, di ritrovare dei riferimenti fondanti, di tornare alle cose che contano».

Cristianesimo e cattolicesimo: come vede il futuro dell’istituzione religiosa, soprattutto dal punto di vista delle nuove generazioni?

«A fianco di quanti accettano la Chiesa così com’è, o la vorrebbero più impegnata a difendere i valori della tradizione, cresce la domanda di una Chiesa meno gerarchica e burocratica, più vicina alle attuali condizioni di vita, più dialogante e umana con i “lontani” e con quanti “viaggiano” su percorsi accidentati. È diffusa l’idea secondo cui la Chiesa in Italia abbia troppo potere, goda di vantaggi impropri in una società ormai segnata dal pluralismo religioso, abbia una presenza invasiva in campo politico. Non sono molti quelli che vorrebbero una Chiesa afona, che non esprima il suo magistero in campo religioso o non richiami gli italiani e i credenti al bene comune. Ma l’ideale è una Chiesa che non esondi troppo dalla sua missione religiosa e spirituale, e offra fiducia e speranza».

Può farci un esempio concreto di cosa intende dire?

«Vorrei riportare ciò che è accaduto di recente in una parrocchia di una grande città nel momento di insediamento di un nuovo parroco. La chiesa era gremita di fedeli che accoglievano l’ingresso del nuovo pastore, e di fedeli che accompagnavano nella nuova comunità quello che sino a ieri (e per anni) era stato il loro parroco. Questo prete, di media età, nel presentarsi ai nuovi parrocchiani ha messo in risalto alcuni suoi tratti umani e spirituali, ma anche alcuni suoi limiti, concludendo: “Insomma, credo di non essere un uomo di chiesa, spero di essere un uomo di Dio”. Un applauso calorosissimo, affettuoso, molto prolungato, ha accompagnato queste parole. Come a dire che la gente non è pregiudizialmente distante dalla Chiesa e dai suoi pastori,ma chiede loro di essere soprattutto dei segni di Dio nel mondo, delle figure capaci di offrire accoglienza e speranza, dei “luoghi” di rigenerazione soprattutto spirituale e morale. Ciò vale per la grande maggioranza della popolazione, e ancor più per i giovani, la cui distanza dalla Chiesa è sovente imputabile al fatto che – pur avendo frequentato gli ambienti religiosi in alcuni momenti del loro percorso formativo – non hanno incontrato figure o esperienze significative, capaci di interpellarli nel profondo».

Che cosa vuol dire per lei «avere fede»?

«La fede è un dono e chi ritiene di essere coinvolto in questa esperienza è consapevole di aver incontrato una persona e una proposta spirituale in grado di scompaginare il proprio orizzonte di vita. È ciò che sento di fronte alla figura di Gesù Cristo e alla potenza e al dinamismo del Vangelo; riferimenti che mi chiamano a un modo di interpretare l’esistenza a cui non avrei mai pensato, a una profondità spirituale che contrasta con le mie preoccupazioni terrene, a una dimensione misterica della vita che va oltre le mie aspettative, a un’idea di carità e di solidarietà che continuamente mi scomoda e mi interpella».

In una città come Alba è più o meno facile “trovare” queste dinamiche, rispetto ad esempio ai grandi contesti metropolitani?

«Non so se la provincia, sufficientemente appagata e soddisfatta di sé (di cui Alba è un emblema), sia il “luogo” più adatto per scoprire i valori dello spirito. L’enfasi sul benessere può attenuare la domanda di senso, può rendere le persone così incentrate sulla propria realizzazione da far loro distogliere lo sguardo da prospettive più ampie. Per contro, ambienti caratterizzati da condizioni di vita più eterogenee e incerte sembrano offrire maggiori stimoli per la ricerca di nuovi approdi e sintesi. Ma questa non è una costante universale. Molto dipende dal percorso delle singole persone e dei gruppi a cui esse appartengono».

L’aspetto multiculturale (la convivenza di culture, etnie, religioni) in un mondo globalizzato, come modificherà la religione e il rapporto delle persone con essa?

«In molte società Dio ormai si coniuga sempre più al plurale. Ma questo pluralismo delle fedi non produce necessariamente il venir meno delle diverse appartenenze religiose. Al riguardo, il caso americano è emblematico. Negli Stati Uniti la domenica mattina la maggior parte della popolazione si riunisce nelle diverse chiese a celebrare i riti religiosi e a pregare il proprio Dio. Ogni gruppo continua a coltivare i propri riferimenti religiosi, perché da un lato c’è il bisogno di ancorarsi a una fede e tradizione religiosa, dall’altro sta prevalendo l’idea che si è tutti alla ricerca di una verità che è più ampia della propria capacità di comprensione. Nella società pluralistica, si ritiene plausibile che vi siano fedi diverse, che rispecchiano culture e società differenti. Ma nello stesso tempo, molti rimangono ancorati alla fede della propria tradizione, in quanto essa offre una risposta culturalmente collaudata. L’idea di una fede esclusiva non produce necessariamente un depotenziamento dei propri riferimenti religiosi. Per contro, si diffonde la propensione a guardare a ciò che è comune alle varie religioni».

Matteo Viberti