Parole per un anno: BELLEZZA

Una necessità dell’uomo

«Sono nata in un palazzo del Seicento, con una torre medievale inglobata e un meraviglioso cortile, con il pavimento in ciottoli di fiume e, al centro, un gigantesco cedro del Libano. In fondo al cortile, si apre ancora oggi un giardino rustico. L’appartamento si affacciava su via Maestra, un crepaccio di strada simile a una trincea, dove, di notte, salivano i passi lenti o frettolosi e le voci dei viandanti. Lungo la strada sorgono i monumenti architettonici più pregevoli della città, che osservavo, fin da bambina, con interesse e ammirazione »: Daniela Porro apre così l’intervento per Gazzetta.

Forse è lì che ha sviluppato il senso della bellezza?

«Credo proprio di sì, conservando poi sempre il gusto di camminare nelle strade di città, anche sconosciute, lo sguardo per aria, ad ammirare portali, cornici di finestre, lesene, decorazioni architettoniche o scultoree, fontane e altri decori urbani; oppure di passeggiare in luoghi da cartolina, interessanti dal punto di vista paesaggistico, dove il rispetto per la natura e per la storia del passato non è venuto meno, luoghi che sembrano usciti da un dipinto di Giovanni Bellini o di Annibale Carracci. Credo che il bello sia proprio questo: un luogo o un oggetto ben fatto, accurato, portatore di significati o messaggi. Per la pittura seguirei i criteri classici: armonia nella composizione, rispetto del canone, corrispondenza al vero, chiaroscuro, conformità teologica, perfezione, prospettiva, rispetto delle proporzioni vitruviane, simbolismo, simmetria, rispetto dello stile che si è scelto. Belli possono essere un’opera d’arte, una costruzione, un manufatto. Ho diretto il Museo nazionale delle arti e delle tradizioni popolari; in questi giorni vi è allestita una mostra intitolata La seduzione dell’artigianato, ovvero il bello e ben fatto: è un tributo all’alto artigianato racchiuso nella moda italiana. Un focus sulle straordinarie lavorazioni e sulle mani artigiane che le realizzano, fiore all’occhiello del “ben fatto” italiano. L’esposizione si articola non solo attraverso meravigliosi manufatti inediti e contemporanei, ma parte dal costume popolare italiano che all’Expo internazionale a Roma nel 1911 decretò il successo del nostro Paese come leader del settore manifatturiero in Europa. La bellezza è anche questo».

A un’albese trapiantata a Roma cosa resta della bellezza dei nostri luoghi?

«La straordinaria curva delle colline intorno alla città, i filari dei vitigni nella nebbia, le facciate delle chiese di mattoni rossi, la scrittura di Fenoglio e Pavese, il cibo e il vino unici al mondo, elementi centrali di una identità culturale, radicata in fondo al cuore e mai dimenticata, che viene fuori nel modo di stare al mondo, schivo e laborioso».

Dalla sua esperienza, come potrebbe Alba, al di là delle meritorie iniziative della fondazione Ferrero o della Banca d’Alba, aprirsi maggiormente all’arte?

«Ammiro profondamente l’attività culturale svolta dalla fondazione Ferrero. Dieci anni fa partecipai alla inaugurazione della bellissima mostra su Macrino, che ha consentito di mettere in luce le capacità artistiche del maestro, le affinità stilistiche con il Pinturicchio, nella cui bottega egli potrebbe aver appreso il gusto del colore acceso, la impaginazione delle scene tra ardite architetture rinascimentali e paesaggi ricchi di ruderi e antiquaria romani, ma anche l’uso del tratteggio con una tempera molto magra stesa sotto un dettagliato disegno a pennello, tecnica alla quale Macrino rimase fedele. Il debito verso il Pinturicchio è particolarmente evidente nelle sue opere a partire dal trittico del 1495 con la Madonna, il Figlio e quattro Santi (ora al Museo civico di arte antica di Torino)».

Ha seguito l’attività degli ultimi anni della fondazione Ferrero?

«Certamente. Ho apprezzato molto la scelta di lavorare con la fondazione Longhi. Roberto Longhi è stato uno dei maggiori storici dell’arte del Novecento. Nato ad Alba nel 1890 da una famiglia della piccola borghesia emiliana, sin dall’infanzia maturò curiosità per l’arte visiva: cresciuto nella patria di Macrino (al quale dedicò il suo primo scritto), quotidianamente si confrontava con opere quali la Madonna di Barnaba da Modena (conservata nella chiesa parrocchiale) e il Concertino di Mattia Preti (nel municipio). A Torino, fu allievo di Pietro Toesca, col quale si laureò nel 1911 discutendo una tesi sul Caravaggio. Si trasferì poi a Roma, dove si diplomò alla Scuola di perfezionamento in storia dell’arte sotto la guida di Adolfo Venturi, del quale divenne discepolo e stretto collaboratore alla rivista L’Arte, da lui diretta. Si impegnò nella rivalutazione internazionale di Caravaggio e nella valorizzazione della sua influenza sulla pittura barocca del ’600. Celebri le due mostre milanesi da lui curate s u l l ’ a r t i s t a bergamasco e sui suoi seguaci, Caravaggio e i caravaggeschi, nel 1951, e I pittori della realtà in Lombardia nel 1953. Fu anche critico d’arte moderna, tenendo in particolar stima l’opera del pittore metafisico bolognese Giorgio Morandi, per conoscere il quale è opera fondamentale la sua monografia. La bellissima mostra su Giorgio Morandi alla fondazione Ferrero ha avuto il merito di raccontare una vicenda artistica legata alla città di Alba attraverso uno dei principali protagonisti della vita culturale del Novecento italiano».

Pensa che la bellezza possa essere una parola chiave per il 2013?

«Bellezza è una parola chiave per tutte le stagioni e per tutte le epoche storiche. In un momento così particolare della nostra vita nazionale, per ricostruire stima in se stessi, positività e fiducia nel futuro si può partire proprio dalla bellezza. La bellezza non è una questione puramente soggettiva, ma una necessità per l’uomo; specialmente in un periodo in cui siamo circondati dalla bruttezza e dall’alienazione, essa è espressione artistica che conferisce dignità e gioia alla nostra esistenza».

Stella Marinone