Guarene i segreti dell’Annunziata

GUARENE Ilavori per il nuovo impianto di riscaldamento della chiesa dell’Annunziata, a Guarene, hanno portato alla luce una tomba e le fondamenta della chiesa antica, che affiorano sotto il pavimento. Ma è quanto si può vedere se ci si riesce ad affacciare nel cantiere aperto. Giuliana Borsa e Pietro Rivetti, assessore e vicesindaco, spiegano: «La storia della chiesa faceva presupporre che potessero avvenire scoperte interessanti. Ciò che è emerso, per noi, va oltre il valore scientifico: ci ha permesso di ritrovare segni tangibili dell’introduzione del culto della Vergine Annunziata e recuperare memoria di un episodio cruento e terribile della storia del paese».

L’amore per la storia di Rivetti emerge dalla passione con cui racconta: «La costruzione della chiesa iniziò nel 1695 come ampliamento dell’edificio preesistente: dietro l’altare venne eretto quello che ora sono il presbiterio e il coro. Il fatto che la chiesa antica, risalente a metà del Cinquecento, non fosse abbandonata durante i lavori, testimonia una forte devozione popolare per l’Annunziata, il cui culto fu introdotto dall’ordine monastico dei Servi di Maria, ai quali apparteneva il complesso della Madonna dei boschi di Vezza. Vista la posizione della chiesa rispetto al concentrico – all’epoca era lontana dalle case, su un pendio franoso – mi fa presupporre che fosse stata costruita in quel punto in “sostituzione” di una edicola precedente, sorta a sua volta in quello che fu, probabilmente, sede di un culto di Iside fino all’alto Medioevo».

Un’archeologa incaricata dalla Soprintendenza dei beni architettonici ha concluso venerdì 22 i rilievi necessari alla datazione e mappatura dei frammenti di muro venuti alla luce. «Si tratta presumibilmente delle fondamenta della chiesa del ’500, che venne abbattuta verso il 1713, quando la nuova chiesa che le era stata costruita intorno –come una bambola russa – fu completata», precisa Borsa, rilevando anche che l’edificio aveva pianta quadrata, forse con cappelle laterali a formare una piccola croce greca.

Quasi al centro dell’aula affiora dal terreno un «pezzo di storia» guarenese.

Si tratta della tomba dell’arciprete Pietro Maria Romero, ferito a morte da un colpo di pistola mentre si trovava nel confessionale della parrocchiale dei Santi Pietro e Bartolomeo. Il vicesindaco: «Nel settembre del 1825 una famiglia di Vaccheria chiede al parroco informazioni su un giovane di 26 anni del paese, Giuseppe Ferrero, che corteggiava una delle figlie. Don Romero, 36 anni, originario di Villafranca d’Asti, è parroco a Guarene da tre anni. Ha fatto un progetto per ampliare la parrocchiale, è molto stimato. Il sacerdote è netto: il giovane frequenta poco la chiesa e si dedica a letture sconvenienti».

In piena epoca di moti carbonari non è difficile immaginare quali potessero essere. Ferrero non la prende bene: domenica 20 settembre, in piazza, aggredisce verbalmente il parroco, minacciandolo di morte. Convince una donna ad andarsi a confessare, il giorno dopo, al mattino presto. Si apposta. Quando il parroco è ancora nel confessionale spara e ripara in Svizzera. Il religioso muore tre giorni dopo, in canonica. La parrocchiale viene interdetta al culto, il confessionale viene bruciato. All’Annunziata, che ospiterà tutte le funzioni per un anno, si svolgono il funerale e – abbiamo ora scoperto – la sepoltura di don Romero».

E Ferrero? «Lo attende il tradimento e l’ignominia», prosegue Borsa. «È condannato a morte in contumacia. Sulla sua testa pendono due taglie: 1.500 lire per chi lo avesse fatto catturare e 500 per chi ne avesse dato notizia, soldi sufficienti per acquistare una bella cascina. Una tentazione troppo forte, anche per l’unico amico con cui si era confidato, che lo convince a tornare e intasca la taglia. Viene arrestato alla frontiera giovedì 17 novembre. Poche ore nelle carceri guarenesi e poi viene issato su un carro, vestito di iuta, legato a un palo. Alle 16 di venerdì 18 il corteo si muove, tra gli insulti. Sulla piazza davanti alla chiesa di San Rocco, tra due gaggie viene teso il cappio. Il suo cadavere viene bruciato e le ceneri disperse al vento. Della sua famiglia si perde traccia, forse emigra sopraffatta dalla vergogna».

Rivetti conclude: «La sua storia echeggiava come leggenda, raccontata nelle stalle, nelle sere d’inverno. Don Giovanni Agnello, nel 1896, la trascrisse, raccogliendo le parole dell’ultimo testimone diretto: un anziano che, da bimbo, aveva portato il cero durante il funerale del religioso. Avevamo perso traccia della sua tomba e ora eccola, in chiesa, in barba alla legge napoleonica che lo vietava da un trentennio. E ci siamo attivati per acquistare la xilografia del documento che impone le taglie sul Ferrero, siglato il 3 ottobre 1825 da Michele Bordiglione, segretario penale del Senato regio».

Valeria Pelle