Giovani EMIGRANTI

Nella campagna elettorale si è molto sentito parlare di giovani: contratti superprecari, assunzioni a brevissimo termine, contrazione dei finanziamenti alla ricerca, all’imprenditoria, al settore pubblico, burocrazia. Secondo l’Istat, a dicembre 2012, nella fascia d’età 1524 anni, la disoccupazione ha raggiunto quota 36,6 per cento, con un balzo di quasi cinque punti sull’anno precedente (la disoccupazione generale, pur elevata, è tre volte inferiore, circa l’11,2 per cento). Sono infatti 606 mila i ragazzi in cerca d’impiego. E secondo le rilevazioni Eurostat del 26 febbraio, il 32,3 per cento di chi ha meno di 18 anni in Italia è a rischio povertà ed esclusione sociale: ben al di sopra della media dell’Unione (27 per cento). Una contingenza che costringe all’emigrazione. I dati dell’Istituto di statistica sui flussi in uscita e in entrata dal Paese sono eloquenti: nel 2011 circa 31 mila rimpatri contro oltre 50 mila espatri. Ne consegue un saldo migratorio con l’estero negativo (0,3 per mille) e generalizzato. La quota di laureati “emigrati” passa dall’11,9 per cento del 2002 al 27,6 dieci anni dopo. La meta preferita è Regno Unito, che ha accolto l’11,9 per cento dei nostri cervelli; seguono Svizzera (11,8), Germania (11) e Francia (9,5). Consistenti i numeri di chi decide di attraversare l’oceano e fare rotta verso Stati Uniti, Brasile, Australia. La sensazione, ascoltando chi ha deciso di fare il salto, è che recidere le radici sia un sacrificio, compensato dalle opportunità che si aprono.

Matteo Viberti

LE STORIE

18 anni, me ne vado a Londra

Alessia ha diciotto anni. Tra poco finirà il Liceo delle scienze sociali di Alba.

Che cosa pensi di fare una volta preso il diploma?

«Non mi sento pronta a proseguire il percorso scolastico. Le idee sono tante, forse troppe. Dovrò trovarmi un lavoro, mamma e papà non possono mantenermi a lungo. Ma in Italia è difficile, soprattutto se non ci si accontenta di impieghi in bar o ristoranti o di contratti a chiamata, call center o supermercati. Ho due obiettivi: potenziare il mio inglese e lavorare con i bambini. A settembre partirò per Londra: grazie ad alcuni contatti lavorerò come baby sitter presso una famiglia inglese, che ha tre figli e si è detta disposta ad accogliermi per un periodo di tempo indeterminato».

Cos’è per te la crisi?

«Secondo me esistono tre tipi di persone: positive, pessimiste e realiste. Credo di trovarmi nella categoria delle pessimiste-realiste: la realtà appare tutt’altro che confortante. Sento le mie ambizioni gettate nella spazzatura, mortificate prima ancora che siano maturate nella mia mente. Mi sento prigioniera di un sistema governato dai politici, che fanno la bella vita a nostro discapito. Non riesco e non posso essere ottimista o pensare di avere grandi opportunità. Viviamo in una società priva di meritocrazia».

Che cosa pensano i tuoi genitori?

«Il rapporto con i miei genitori si è rafforzato: sto dimostrando di essere indipendente. All’inizio non erano entusiasti: il distacco non è una sfida semplice. Si tratta di un sacrificio che sono disposti a sopportare pur di vedermi in una società che mi valorizzi».

m.v.

Indonesia, un sogno fatto d’acqua

Matteo Caputo, classe 1993, è stato in Argentina e Indonesia. A spingerlo il tentativo di agguantare un “altrove” professionale ed esistenziale. Così descrive Matteo il «brodo originario» da cui è partito: «Grazie alla mia prima esperienza all’estero, in Argentina, sono cresciuto e ho allargato i miei orizzonti. È nata in me la voglia di conoscere il mondo: dopo che ne vedi un pezzo, hai il desiderio di vederne sempre di più». Poi? «Finito l’ultimo anno di liceo avevo in mente di non iscrivermi all’Università, ma di lavorare e viaggiare. Poco prima dell’orale di maturità mi chiamarono da un resort in Puglia. I proprietari mi avrebbero pagato il corso per diventare istruttore subacqueo. Alla fine di settembre 2012 superai l’esame». La storia prosegue tra difficoltà e imprevisti. Ancora Matteo: «Diventato istruttore iniziai a cercare lavoro, senza successo. Ero troppo giovane e privo d’esperienza. E il mio inglese lasciava a desiderare. Trovare impiego dalla scrivania di casa è complicato. Se fossi andato ai Caraibi o in Messico avrei avuto maggiori possibilità. Ma non avevo soldi a sufficienza». Poi la sorpresa.«A fine gennaio mi contattò la dive manager con cui avevo lavorato in Puglia, proponendomi di partire per l’Indonesia per un paio di mesi: suo padre, istruttore, sarebbe stato in vacanza in Argentina. Partii per le isole Mentawai, a ovest di Sumatra. Il lavoro consisteva nel condurre corsi subacquei. La sera aiutavo al bar». Una volta tornato in Italia Matteo si divincola tra noie e crucci. «Non ci sono possibilità per i giovani. Se qualcuno è fortunato da essere assunto, deve affrontare una situazione contrattuale difficile. Sono pessimista? Sogno di aprire un diving center. Ma allestire un’impresa è dispendioso: troppe tasse e burocrazia, zero incentivi». Nel 2013, comunque, Matteo si iscriverà all’Università.

m.v.

Se in Italia l’aria è stagnante

Gianluca, classe 1986, fino a pochi mesi fa abitava ad Alba. Oggi lavora per il mondo e non ha intenzione di voltarsi.

Qual è la tua storia?

«Dopo aver studiato cinque anni di economia a Torino ho frequentato un master che mi ha portato a Londra. Concluso il periodo e dopo sei mesi di lavoro in un’azienda di digital advertising, ho trovato lavoro nello stesso settore per una società americana che si sta sviluppando sul mercato europeo».

Che cosa ti ha spinto a iscriverti a un master fuori Italia?

«Volevo continuare a studiare in un ambiente internazionale, con compagni provenienti da tutto il mondo. Nel Regno Unito ci sono maggiori possibilità e migliori condizioni contrattuali. Senza dimenticare l’ambiente londinese, fertile e multiculturale».

Quali prove deve affrontare un giovane all’estero?

«La comune apprensione di doversi confrontare per la prima volta con il mondo del lavoro da “straniero”. Ma le soddisfazioni sono tante, quando gli sforzi vengono apprezzati e le qualità riconosciute».

Come vedi il tuo Paese? «

Le possibilità in Italia sono scarse e mal remunerate. Le aziende offrono stage non pagati, lavori di pochi mesi o al massimo un anno, dando un chiaro segnale di non voler investire sulla persona. La situazione economica e l’aria stagnante scoraggiano i sogni di intraprendere o sviluppare un’idea. In molti sono costretti a partire. Per quanto mi riguarda programmo un’avventura in America Latina. Sogno di vivere e lavorare per qualche anno in un contesto diverso da quello londinese, frenetico e impaziente».

m.v.

Daniele Casetta invece resta e rilancia

Se giovane è sinonimo di innovazione, in un contesto d’impresa ciò può applicarsi alla tecnologia, ma anche all’impostazione gestionale. Ne offre una testimonianza Daniele Casetta (nella foto), 33 anni, di Montà, titolare col papà Michelino della Mda (carpenteria metallica): da un anno Daniele ha assunto la guida del gruppo giovani imprenditori Confartigianato regionale, oltre a essere vicepresidente per l’albese.

Qual è lo stato dell’arte del settore, Presidente?

«La crisi economica non risparmia l’artigianato. Le imprese che stanno bene sono poche. Cerchiamo di difenderci, soffrendo. L’edilizia e il suo indotto stanno subendo le più gravi ripercussioni della crisi. Seguono, in egual misura, l’autotrasporto, i servizi alla persona e l’autoriparazione. Il settore metalmeccanico sta, pian piano, riemergendo da anni difficili, anche se le prospettive non offrono segni d’ottimismo».

Quali sono i problemi principali?

«Da circa 6 anni – ovvero dal fallimento Lehmann Brothers – la congiuntura ha portato anche aziende sane in crisi di liquidità e in difficoltà nel saldare i debiti, a causa dei crediti da riscuotere e del mancato sostegno delle banche. Qui sta la beffa peggiore: perché i ritardi dei pagamenti sono da imputare alla pubblica Amministrazione che, invece, sanziona duramente il privato o l’azienda che pagasse in ritardo. A ciò si aggiunga la pressione fiscale che, non solo tassa in maniera esorbitante gli utili, ma, con imposte come l’Irap, affossa realtà imprenditoriali in difficoltà. La burocrazia farraginosa, i costi di manodopera troppo alti, infine, ci rendono meno competitivi sui mercati esteri e portano gli italiani ad acquistare prodotti d’importazione».

Da chi è composta la sua squadra?

«Sono affiancato da due vicepresidenti: Danilo Persano di Alessandria e Carlo Baroli di Novara, dal segretario regionale Massimo Bondì e dai presidenti dei gruppi provinciali, tra i quali Domenico Visca».

Come valuta la classe politica attuale?

«Incapace di dare risposte chiare ed efficaci, in un contesto in cui ogni giorno centinaia di aziende chiudono. Chiederei più concretezza e responsabilità ».

Giorgio Babbiotti

Sara ha trovato l’America

Sara Avalle, figlia di Marzio e di Fiorella Nemolis – storici titolari del negozio Map di via Principi di Piemonte –, è la prima braidese ad acquisire la cittadinanza americana. Durante la suggestiva cerimonia, avvenuta davanti a un giudice federale della California (in una sala conferenze, insieme a 2.500 altri stranieri), la giovane donna, attualmente impiegata come manager in un noto ristorante di Pasadena (California), a un certo punto ha dovuto alzare la mano destra e prestare il giuramento di fedeltà alla bandiera e alla Costituzione americana.

Raggiunta telefonicamente in una pausa della sua frenetica giornata lavorativa (quando in Italia sono le 21 in California è mezzogiorno), racconta: «Sono ormai 10 anni che vivo in America e da 8 non torno in Italia. Prima avevo solamente la green card e un visto da studente; adesso che ho il passaporto americano (oltre a quello italiano) ho deciso di tornare nella mia città natale per qualche settimana di vacanza».

Diplomata al liceo artistico Ego Bianchi di Cuneo e successivamente all’Accademia Albertina di belle arti di Torino, Sara ha deciso che avrebbe girato il mondo. Continua a raccontare: «Nel settembre del 2003 ho lasciato l’Italia per andare in America, seguendo la mia voglia di indipendenza. È stato anche un modo per scoprire i miei limiti, le mie capacità. Naturalmente mi sono preparata scientificamente per due anni, per affrontare la mia avventura. All’inizio è stata dura: sacrifici e impegno, che qui in America ripagano. I miei genitori mi hanno aiutata molto ma, dopo il primo anno ho cominciato a reggermi sulle mie gambe. Una bella soddisfazione».

Pregi e difetti degli Usa? Conclude Sara Avalle: «In America, tutto da subito mi è sembrato molto più semplice. Dall’affittare un appartamento, a trovare lavoro. Meno burocrazia. Nelle grandi città come Los Angeles c’è qualsiasi cosa si possa immaginare: dai supermercati fornitissimi, ai servizi più disparati. L’orario non stop di alcuni supermercati rappresenta una grande comodità. Anche se non esiste una sanità pubblica e per farsi curare occorre avere i soldi». Auguri e buon rientro sul suolo natio.

Valter Manzone