L’INTERVISTA. Diego Rosa al Giro d’Italia: “Emozionato, ma non mi farò spaventare”

CORNELIANO D’ALBA. Sabato 4 maggio, da Napoli, scatterà la 96.ma edizione del Giro d’Italia, la più importante competizione ciclistica nazionale e, insieme al Tour de France e alla Vuelta spagnola, una delle tre più importanti al mondo. La Corsa rosa, venerdì 17 maggio, arriverà tra le colline di Langa e Roero, con la tappa che, prima di concludersi a Cherasco, toccherà i comuni di Castagnole Lanze, Neive, Treiso, Alba, Rodello, Albaretto, Sinio, Barolo e Narzole. La vera notizia è un’altra: tra i 207 corridori al via, con la maglia del team Androni Giocattoli-Venezuela, ci sarà anche Diego Rosa, atleta di Corneliano d’Alba classe 1989 al primo anno tra i professionisti dopo un anno tra i dilettanti e una lunga esperienza in mountain bike. Ad annunciarlo è Rosa stesso in un’intervista esclusiva rilasciata a Gazzetta d’Alba.

Diego Rosa al Giro d’Italia: se lo aspettava?
«A essere sincero, no. Non pensavo di riuscire a raggiungere questo obiettivo in così poco tempo. Darò il massimo per ripagare la fiducia riposta in me da società e compagni».

Con un cognome così, che richiama il colore della maglia simbolo del Giro, sembra un predestinato. Si sente sotto pressione?
«Alcuni miei compagni pensano l’esatto contrario, ovvero che un cognome così “da Giro d’Italia” porti addirittura sfortuna (ride, nda). Scherzi a parte, al momento sono tranquillo, come alla vigilia di una gara qualsiasi. Non mi sono ancora capacitato di questa situazione ma, probabilmente, quando salirò sul palco di Napoli per la presentazione un po’ di tremarella arriverà. Ma sarà un attimo, perché appena inizierò a pedalare le emozioni lasceranno il posto alla “battaglia” sportiva».

Dove si deciderà il Giro?
«Sulle Tre Cime di Lavaredo, nella penultima delle ventuno tappe in programma».

Chi vincerà?
«Credo Wiggins, davanti a Nibali e a un outsider, che potrebbe essere Samuel Sanchez».

E lei dove può arrivare?
«Voglio dimostrare di meritare questa convocazione, mettendomi a disposizione della squadra in supporto al capitano Franco Pellizotti e ai velocisti. Non baderò troppo alla classifica generale e, quando possibile, andrò all’attacco, cercando di entrare nella fuga “buona”».

La maglia bianca di miglior giovane è un obiettivo?
«Vista la forte concorrenza, sarà difficile conquistarla. Tuttavia, non nego che mi piacerebbe vestirla anche per un solo giorno».

Nella tappa che arriverà a pochi km da casa sua ci saranno sicuramente tanti tifosi. Devono aspettarsi un suo attacco?
«Se il Giro si concludesse a Cherasco, attaccherei sicuramente, ma visto che il giorno successivo ci sarà una tappa impegnativa (da Cervere a Bardonecchia) occorrerà risparmiare qualche energia».

A proposito di tifosi, sa che tanti lettori di Gazzetta la seguono con entusiasmo? Ha un messaggio per loro?
«Spero di incontrarne tanti all’arrivo di Cherasco, anche solo per una foto o un saluto».

Facciamo un passo indietro. È soddisfatto del suo inizio di stagione?
«Ho un po’ di rammarico per non aver centrato la vittoria nella tappa della Settimana Coppi&Bartali in cui sono andato in fuga, ma in generale sono contento, perché sono sempre stato con i migliori».

Cos’è cambiato nella sua vita da quando è diventato professionista?
«Tutto. Non tanto nella preparazione fisica o nel ritmo di gara, quanto piuttosto in tutto ciò che ruota attorno al mondo professionistico: contatti con gli sponsor, tifosi, interviste, partecipazione a eventi, viaggi internazionali sono cose per me completamente nuove. È anche diventato difficile scegliere gli amici “veri”, dato che molti si avvicinano a me solo per ragioni opportunistiche».

Si allena sempre da queste parti?
«Quando posso sì, anche perché le colline langarole e roerine sono perfette per la preparazione di un ciclista. Spesso, però, sono fuori Corneliano per via di gare e ritiri di preparazione».

Quanto è stata importante la sua famiglia per l’approdo tra i Prof?
«La mia famiglia mi ha sempre permesso di coltivare la passione per le due ruote, anche se all’inizio era un po’ titubante perché temeva che il ciclismo non sarebbe potuto diventare la mia professione».

A proposito di famiglie, perché i genitori dovrebbero spingere i loro figli a praticare il ciclismo e non sport più popolari (e remunerati) come il calcio?
«Perché è uno sport sano, che permette di visitare paesaggi meravigliosi e di conoscere meglio il proprio corpo».

Chiudiamo con alcune domande a risposta secca per conoscerla meglio.
L’atleta che ammira di più.
«Il ciclista Cadel Evans, che, come me, ha iniziato con la mountain bike».

Destra o sinistra?
«Destra».

Discoteca o cinema?
«Cinema».

Single o fidanzato?
«Single».

La squadra calcistica del cuore.
«Milan».

Libro, musica o videogame?
«Musica».

Salita, pianura o… discesa?
«Salita, anche se, a ben pensarci, la discesa non è male (ride, nda)».

Bici da corsa o mountain bike?
«Mountain bike, il primo amore non si dimentica».

Se non avesse sfondato nel ciclismo oggi sarebbe…
«Un idraulico, come mio padre».

La scaramanzia prima di ogni gara.
«Non ne ho: mi sono accorto che non funzionano…».

Se vincesse una tappa al Giro…
«So bene cosa farei in caso di vittoria, ma non lo dico perché porta sfortuna…». Ma non ha appena detto di non essere scaramantico?
Enrico Fonte