Bruno Caccia: la famiglia chiede di riaprire l’inchiesta

Guido Caccia, il procuratore di Torino Giancarlo Caselli e don Aldo Benevelli

CERESOLE Trent’anni dopo il terribile assassinio del magistrato Bruno Caccia, i figli Paola, Cristina e Guido hanno deciso di continuare la loro ricerca della verità. Nella prima metà di luglio, depositeranno la richiesta di riapertura presso il Tribunale di Milano per far luce sulla morte del padre, ucciso il 26 giugno 1983 da due sicari, di cui, ancora oggi, non si conosce l’identità. In carcere, condannato all’ergastolo, solo il boss calabrese Domenico Belfiore, inchiodato da una registrazione che il catanese pentito Ciccio Miano gli avrebbe fatto in segreto.

Paola Caccia

Potrebbe, però, esserci una grande svolta per il caso, misterioso quanto anomalo, grazie alla scoperta di documenti inediti. «È da anni che abbiamo dei dubbi circa la verità emersa dalle sentenze- spiega la figlia Paola- e questi si sono concretizzati solo lo scorso inverno, quando l’avvocato Fabio Repici, lavorando ad altre inchieste sulla mafia, ha portato alla nostra attenzione nuovi elementi interessanti». Tra questi, l’intercettazione telefonica datata 2011 e poi l’8 gennaio 2013, in cui il magistrato milanese Olindo Canali, occupatosi del caso Caccia, ha parlato del coinvolgimento di Rosario Cattafi, all’epoca considerato il cassiere dell’ndrangheta, nell’omicidio del magistrato. «Io e miei fratelli chiediamo un esame più approfondito delle vecchie e nuove documentazioni, sperando che si faccia luce anche sul contesto torinese di quegli anni, la fitta trama di relazioni che hanno favorito, a Torino,  l’attecchimento e lo sviluppo della ndrangheta- continua Paola-  Per la prima volta, sentiamo un vero appoggio da parte delle Istituzioni, testimoniato dalle diverse commemorazioni a cui abbiamo partecipato in questi giorni».

a.d.

L’intervento del sindaco di Ceresole Bruno Lovera