Fede e amore nell’enciclica Lumen fidei

Papa Francesco ci ha abituati a un magistero “feriale”, fatto di semplici ma incisive omelie, di gesti “normali” ma non meno significativi. Ora ci fa dono di un atto di magistero solenne, l’enciclica Lumen fidei. Suddivisa in quattro capitoli, si aggiunge alle encicliche di Benedetto XVI sulla carità e la speranza e assume il “prezioso lavoro” compiuto dal Papa emerito, che aveva già “quasi completato” l’enciclica sulla fede. A questa “prima stesura” papa Francesco aggiunge “ulteriori contributi”, quasi a volere consolidare e prolungare nel tempo i frutti dell’Anno della fede e la commemorazione dei 50 anni del Vaticano II, da lui definito «concilio sulla fede».


Dovendomi limitare a una sintetica presentazione, meglio a un invito alla lettura dell’Enciclica, evidenzio innanzitutto la straordinaria messe di definizioni della fede che accompagnano chi legge in un cammino di progressivo approfondimento e avvicinamento al nucleo centrale, che è il suo legame con l’amore.

Il Papa, il quale pure non si nasconde che «la tentazione dell’incredulità» è molto diffusa, è consapevole che «questo è un tempo in cui l’uomo è particolarmente bisognoso di luce». Per questo già il titolo si incarica programmaticamente di esplicitare «il carattere di luce proprio della fede», capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo, senza chiedergli né salti nel vuoto né abdicazioni alla libertà. Infatti essa è dono che sgorga da un Dio che è Padre e si offre a chi ha «l’umiltà e il coraggio» di affidarsi alla sua paternità che sempre accoglie e perdona, che «raddrizza le storture della nostra storia», che ci trasforma interiormente e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà: «Chi crede vede, vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada».

È in Gesù che si realizza «la manifestazione piena dell’affidabilità di Dio (…), la suprema manifestazione del suo amore per noi. Per Gesù ogni credente è innestato nella filiazione divina, entra nel circuito dell’amore di Dio, partecipa al “modo di vedere” del Figlio e diventa egli stesso figlio di Dio mediante l’azione dello Spirito, grazie al quale il cristiano può avere gli occhi di Gesù, i suoi sentimenti, la sua disposizione filiale». A condizione che questo dono di Dio sia “nutrito e rafforzato”, dal momento che la fede è anche «la risposta a una Parola che interpella personalmente, a un Tu che ci chiama per nome».

Che non siamo in presenza di “una bella fiaba”, della “proiezione dei nostri desideri”, è provato dallo stretto legame tra fede e verità. Infatti «la fede senza verità non salva». A fronte della diffusa diffidenza verso «la verità grande, la verità che spiega l’insieme della vita personale e sociale», il Papa ne evidenzia quanto la distingue dai totalitarismi: se la verità è quella dell’amore di Dio, non si impone con la violenza, non schiaccia il singolo; al contrario, rende umili e porta alla convivenza e al rispetto dell’altro.

In questo contesto l’evangelizzazione mostra il suo volto di condivisione del dono di Dio, soprattutto mediante la testimonianza nella forma tipica della comunione ecclesiale – nella convinzione che «una Chiesa purificata e rinnovata farà ravvivare la fede» – e nel rispetto, di più, nell’apprezzamento della purezza e integrità della fede, dell’“unità della fede” che “è l’unità della Chiesa”.
Ma lungi dall’indurre a costruire steccati, dall’isolare e recludere, la fede «apre il singolo cristiano verso tutti gli uomini» e così dà un essenziale contributo alla convivenza e illumina con straordinaria efficacia tutti gli ambiti e le stagioni della loro vita: la famiglia, in cui sperimentare «un amore che sia per sempre e riconoscere l’amore creatore che porta a generare figli», la giovinezza, in cui non soffocare «il desiderio di una vita grande», i rapporti sociali, che acquistano il nuovo significato della fraternità universale, che non è mera uguaglianza, ma esperienza della paternità di Dio, comprensione della dignità unica di ogni persona, la natura, da considerare come “un dono”, da fruire e sviluppare secondo «modelli che non si basino solo sull’utilità o sul profitto», la sofferenza, che la fede non elimina, ma da cui può essere illuminata, può ricevere un senso, può diventare affidamento alle mani di Dio che mai ci abbandona e così essere “tappa di crescita”.

A dimostrazione dello stretto legame tra il dinamismo della fede e quello dell’amore, centrale nell’Enciclica, e delle loro potenzialità, affido a un florilegio conclusivo di brevi citazioni il compito di invogliare a leggere integralmente l’Enciclica, dono di papa Francesco: «Chi ama capisce che l’amore è esperienza di verità, che esso stesso apre i nostri occhi a vedere tutta la realtà in modo nuovo, in unione con la persona amata». La fede «nasce dall’incontro con il Dio vivente che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita». «Nella fede (…) riconosciamo che un grande amore ci è stato offerto, che una parola buona ci è stata rivolta e che, accogliendo questa Parola, che è Gesù Cristo, parola incarnata, lo Spirito Santo ci trasforma, illumina il cammino del futuro, e fa crescere in noi le ali della speranza per percorrerlo con gioia».

«La fede nasce dall’incontro con l’amore originario di Dio in cui appare il senso e la bontà della nostra vita». Essa «non ci fa dimenticare la sofferenza del mondo, non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino».
Per ogni credente, come è stato per Maria, “icona perfetta” della fede, essa «non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita, fa grande e piena la vita».

+ Giacomo Lanzetti, vescovo di Alba