Cinque italiani in team per l’Enrico Fermi

RICONOSCIMENTO Sono i cinque spokesperson italiani degli esperimenti del Large hadron collider – in italiano: grande collisore di adroni, abbreviato Lhc, il più grande acceleratore di particelle, situato presso il Cern di Ginevra e utilizzato per ricerche sperimentali nel campo della fisica – i vincitori del prestigioso premio Enrico Fermi della Società italiana di fisica (Sif): Pierluigi Campana (Infn laboratori nazionali di Frascati), Simone Giani (Cern), Fabiola Gianotti (Cern), Paolo Giubellino (Infn, Torino) e Guido Tonelli (Università di Pisa e Infn di Pisa). Sono stati premiati per gli importanti risultati che i cinque esperimenti – Lhcb, Totem, Atlas, Alice, Cms– hanno ottenuto in grandi collaborazioni internazionali al collisore Lhc del Cern di Ginevra.  Abbiamo contattato Paolo Giubellino, originario di Alba, laureato in fisica all’Università di Torino e dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di fisica nucleare.

Giubellino, a che punto siamo negli esperimenti?

«Lhc funziona con una modalità che prevede circa tre anni di presa dati, seguiti da due anni di lavori di messa a punto dell’acceleratore, con manutenzioni e migliorie. Attualmente siamoin questa seconda fase – la presa dati ricomincerà a inizio 2015 –, un momento naturale in cui fare il punto della situazione. Dal punto di vista italiano, e questa credo sia la motivazione principale del premio, abbiamo assistito a un’eccezionale tornata in cui i cinque responsabili degli esperimenti di Lhc – che coinvolgono oltre 10.000 scienziati, la più grande impresa mondiale di scienza di sempre – sono tutti italiani. Si tratta di un evento inusuale, come se le quattro squadre finaliste della Coppa Uefa fossero nostrane. Essendo le cariche elettive ed essendo gli italiani non più del 10 per cento di questi progetti la situazione è probabilmente irripetibile. Dei cinque sono stato rieletto insieme a Campana e Giani, mentre Gianotti e Tonelli hanno finito il mandato e sono stati sostituiti da un americano e un inglese. Quanto verificatosi con i cinque italiani alla guida degli esperimenti di Lhc è qualcosa di memorabile, che premia un mezzo secolo di eccellenza della fisica italiana: non è segno di particolari meriti delle cinque persone ma della grande attività, di altissima qualità, che il nostro Paese ha svolto».

La difficile situazione in cui versa l’Italia influisce?

«Moltissimo: oggi i migliori giovani vanno all’estero. È una massiccia emorragia che va avanti da parecchi anni, perché in Italia non ci sono prospettive. L’Università italiana continua a offrire una preparazione di primissima qualità, con un costo per tutti i contribuenti, ma i frutti si lasciano raccogliere ad altri Paesi. Trent’anni fa persone come me tornavano dagli Stati Uniti e dalla Germania perché le opportunità di ricerca – che in particolare nel nostro settore sono più importanti dello stipendio – offerte dal nostro Paese erano eccellenti. L’esperimento Lhc è il risultato dei vent’anni di lavoro; ho iniziato a lavorare in Alice nel 1990 e oggi si raccolgono i frutti ».

Che cosa si augura di scoprire?

«La cosa migliore che si può trovare quando si esplora una terra incognita è qualcosa che non ci si aspettava».

Come si svolge la vita quotidiana di un fisico del suo calibro?

«Nonostante con la tecnologia ci si possa parlare attraverso Internet, la presenza è molto importante. Gli istituti coinvolti nel mondo sono circa 140 e in certi periodi è necessario viaggiare molto. Questo è il periodo in cui si deve decidere il programma di u p g r a d e dell’esperimento per il prossimo decennio: è quindi importante discutere per capire cosa si può effettivamente realizzare. Il 2013 è stato l’anno in cui ho viaggiato di più nella vita: sono stato in India, Cina, Giappone, Korea, Thailandia, Messico, Stati Uniti e ho in programma altri viaggi in Brasile e Sud Africa, perché si devono definire le linee guida per il prossimo decennio».

Com’è vissuto questo bisogno di viaggiare dalla sua famiglia?

«La famiglia “antecedente” mamma, sorella – molto bene, come coronamento di un lungo periodo di sforzi. La mia famiglia – moglie americana e figlio – molto meno. L’ultimo giorno di scuola mio figlio, che ha 8 anni, ha dovuto disegnare la cosa che desidera di più: una famiglia con mamma, papà e bambino, con scritto: “Vorrei trovare mamma e papà a casa quando torno da scuola”. Spero che impari che nella vita bisogna avere delle passioni, che la rendono significativa e interessante. Quando sono a Torino mi dedico esclusivamente a mio figlio. Non è la stessa cosa e ci vorrebbe anche la quotidianità oltre che la qualità, certo».

a.r.