SPESA SOCIALE per i più ricchi

INCHIESTA Alessandro ha 38 anni. Magazziniere licenziato a causa di un taglio del personale, è disoccupato da più di un anno, dopo aver attraversato un periodo di mobilità di 8 mesi con un contributo di 800 euro al mese. Sua moglie, ex operaia, è anche lei disoccupata. Insieme hanno un bambino di 8 anni.

Alessandro non ha reddito, ha una disabilità agli arti inferiori provocata da un lavoro faticoso e quello che più appare incredibile è che non riceve alcun tipo di sostegno dall’Inps. La spiegazione? Non rientra in nessuna fascia di erogazione socio-assistenziale prestabilita. Alessandro non vive ad Alba. Ma è originario di qui e vive nell’astigiano, non lontano.

Per le persone nella sua condizione l’Inps non esiste: secondo i dati raccolti dall’Istituto di ricerca sociale (Irs) su 67 miliardi destinati al sostegno socio-assistenziale (il 4,3 per cento del Prodotto interno lordo) il 37 per cento finisce in mano alla metà della popolazione più ricca. Il criterio di selezione che ha portato a tale risultato è stato l’indice economico della nuova Isee, che entrerà in vigore nel 2014 e tiene conto in modo più stringente del reddito e del patrimonio reale della famiglia. Vero è che il 63 per cento delle risorse finisce alla metà più povera. Ma le cose non sono così semplici: l’Italia, che ha una spesa sociale di poco inferiore rispetto alla media dei Paesi dell’Unione europea, è terz’ultima nella classifica per efficacia degli interventi di contrasto alla povertà, davanti solo a Grecia e Bulgaria.

Quindi il problema non è quanto si investe ma come. E intanto la povertà continua ad aumentare: siamo passati dal 5,7 per cento di popolazione in condizione di «povertà assoluta» del 2011 all’8 nel 2012. Lo dicono i dati dell’Istat.

Allo stesso tempo aumentano i ricchi: si calcola che il 10 per cento più ricco guadagni dieci volte più del 10 per cento della popolazione più povera. In questa paradossale situazione il welfare è sbilanciato a favore di chi non ne avrebbe strettamente bisogno.

In totale sono circa 16 milioni i nuclei familiari che ricevono prestazioni dall’Inps (su un totale di 23 milioni di famiglie italiane) e ognuna ha la sua situazione reddituale e patrimoniale. Dividendo la popolazione in dieci parti, o decili, risulta che solo un terzo della spesa complessiva finisce alle famiglie dei tre decili più poveri. Perché? Le risorse vengono destinate secondo classi di appartenenza standardizzate e non soppesando caso per caso.

«Chi è incapiente, cioè ha un reddito così modesto da non dover fare la dichiarazione Irpef, non può quindi usufruirne», spiega Emanuele Ranci Ortigosa, direttore scientifico dell’Irs. E «c’è anche un problema di distanza tra le generazioni: le famiglie giovani ricevono solo l’11 per cento della spesa sociale mentre i nuclei degli ultrasessantenni beneficiano di circa la metà delle risorse».

 Maurizio Bongioanni

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