La terra non è invulnerabile

RIFLESSIONI Ho partecipato, il 18 febbraio, presso le cantine della Produttori del Barbaresco a una conversazione di Lorenzo Corino, esperto ricercatore nel mondo viticolo, per anni direttore dell’Istituto sperimentale per la viticoltura di Asti. Già il tema dell’incontro era suggestivo: “Una viticoltura ripensata e più sostenibile”. Ma il modo con cui Corino lo ha condotto, con tono prudente ma rigoroso, ha tradotto l’iniziativa in un lungo momento di riflessione.

Vorrei ripercorrere alcuni passi del suo intervento per condividere le riflessioni con altri. Al primo posto – sostiene Corino – c’è la terra, il bene più prezioso dell’agricoltura e, nel caso di Barbaresco, della viticoltura. Ma la terra non è eterna e invulnerabile. Quando c’è una monocoltura come quella viticola, la terra può essere minata, diventare fragile, molto fragile, esaurirsi.

La quota di sostanza organica vegetale presente oggi nei terreni del Barbaresco (tra 0,90 e 1%) rivela una situazione critica. Il suo contenuto medio nei terreni sani può arrivare anche a 3% nelle parti superficiali, ma non deve mai scendere sotto l’1% in profondità. Questo è un campanello che non riguarda solo la zona del Barbaresco, ma tutte le aree dove la vite ha preso il sopravvento assoluto sulle altre colture agricole.

Dalla terra buona nascono i buoni frutti, ma se la terra non è sana, ben nutrita, gravi possono essere le conseguenze, dalla forte recrudescenza delle malattie alla maggiore mortalità delle piante e la loro minore longevità, dall’erosione del suolo alla perdita di biodiversità.

Molti sono gli interrogativi ai quali si è cercato di dare una risposta: ma davvero si deve diserbare in primavera? Ma è necessario ripetere tante trinciature lungo l’anno anche se l’erba è molto bassa? Ma sono proprio opportuni i trattamenti con prodotti sistemici? È davvero strategico affannarsi tanto per tenere tutto in ordine (ad esempio il terreno pulito) quando si sa che il terreno pulito, libero da erbe, è un’anomalia? Quando si estirpa un vigneto non sarebbe opportuno aspettare qualche anno prima di piantare quello successivo?
Molto interesse ha destato la gestione del tappeto erboso nei filari. La terra pulita, bianca sotto il sole, si riscalda di più e, in un’epoca di modificazioni climatiche, accelera la maturazione delle uve. Un vigneto ben inerbito riduce il calore e può anche rallentare i processi di maturazione.

Lorenzo Corino, ricercatore nel mondo vinicolo.

 

Avere l’erba nei filari è una necessità, non un segnale di scarsa voglia di lavorare del viticoltore. In questi anni, c’è chi l’erba la semina. Si può anche non arrivare a tanto. Basterebbe accudire e gestire bene quella che nasce spontanea.

Qualcuno ha ricordato la gramigna. Spunta nel terreno troppo lavorato e sfruttato. Ma, anch’essa ha la sua utilità. Tiene insieme la terra e fa un po’ di sostanza organica. Ma non è invincibile: se si lasciano crescere le erbe spontanee, anno dopo anno la gramigna si ritrae fino a scomparire perché è sopraffatta da altre specie più robuste e resistenti.

Negli ultimi trent’anni, i terreni in viticoltura sono stati molto calpestati. Corino ha usato un temine sintomatico: i terreni viticoli sono stati “vibrati” come il cemento usato per fare i pali delle vigne. Un terreno così diventa un’anomalia e non porta nulla di buono.
Poi il discorso è caduto sulle malattie, ma non delle piante, dell’uomo. C’è bisogno anche in viticoltura di un ambiente sano, che favorisca la salute. Ci sono zone viticole dove i problemi di salute stanno crescendo. Se si usano sostanze pericolose, i primi a essere a rischio sono i viticoltori. Perché rischiare la salute e la vita? Come la terra, la salute dell’uomo è il bene più prezioso, che va salvaguardato a tutti i costi.

In nome della salute vale la pena rinunciare a qualche grappolo. Non è la fine del mondo…

Giancarlo Montaldo