Ritorno dal Senegal il cuore pieno d’Africa

REPORTAGE

Il mal d’Africa esiste: è un’inspiegabile quanto irrefrenabile nostalgia del Paese
La mia esperienza africana ha avuto inizio per caso quando, mesi fa, lessi su un sito di intercultura di un progetto mirato a conoscere il vero spirito dell’Africa e della sua gente attraverso un soggiorno in famiglia in un villaggio tradizionale di pescatori, abbinato a un corso di lingua francese e visite sul territorio. Laureata in lingue e non nuova a esperienze all’estero, ma ancora del tutto digiuna d’Africa, ho subito intravisto in questo progetto una sfida e un’occasione da non perdere. Nonostante le incertezze e le paure che una partenza verso un luogo sconosciuto e per di più in solitaria porta con sé, pur con poche informazioni in mano, ho avuto fiducia e sono partita.

A Ngor, villaggio lebu in riva al mare situato all’estremità più occidentale del continente, ho trovato ad accogliermi una grande famiglia senegalese, di cui mai scorderò l’approccio gioioso a una vita e una quotidianità non semplice perché materialmente povera e scarsa di risorse, seppur ricca in spirito e rapporti sociali. Il Paese mi ha conquistata con le sue spiagge di sabbia fine puntinate di conchiglie, le acque trasparenti dell’oceano, i baobab con i loro rami che paiono radici tese verso il cielo. Eppure la bellezza del paesaggio non sarebbe sufficiente da sola a spiegare il tanto citato “mal d’Africa” che, assicuro, esiste.

Ma la mia Africa, quella che sempre porterò nel cuore, non è fatta tanto di luoghi, quanto di persone. Ha il volto della piccola Awa, che con i suoi pochi spiccioli mi ha offerto un minuscolo gelato al latte e fragola; ha gli occhi di Khady, che senza dire nulla, solo guardandomi, ha smesso di gettare i rifiuti a terra, usanza radicata in Senegal, prediligendo i rari bidoni; ha la bocca di Khadija, che mi ha resa partecipe dei suoi sogni e progetti di giovane donna come solo si fa con una sorella; ha la gentilezza di Idrissa, che non si è mai sottratto ai miei numerosi «perché» e che lotta per far decollare il suo progetto.

Certo, l’impatto all’arrivo è stato duro. Sono stata catapultata in un mondo “estraneo”, dove si mangia con le mani seduti a terra, si parla una lingua (il wolof) che non conosco, l’igiene è scarsa e tutto è arcaico, se rapportato all’Europa. Basti pensare alla presenza di carri trainati da cavalli che si alternano a vetture e furgoni o alla presenza diffusa di montoni che vagano liberi per il villaggio. Eppure è stato sufficiente allargare le braccia per lasciarmi accogliere e sentirmi parte di una grande famiglia.

Tutto ciò è quanto di più lontano dal turismo. Il momento del viaggio e della scoperta per me non sono stati un punto d’arrivo, bensì una partenza, la crosta di un’esperienza che mi ha condotta diritta al cuore di un Paese, una cultura e una popolazione. Pur senza mai dover rinunciare alla mia identità, per quattro settimane ho vissuto non solo tra senegalesi, ma con loro, adattandomi gioiosamente a nuove abitudini e costumi, vivendo ogni differenza come un arricchimento. Ho gustato i cibi speziati, cercato di imparare alcuni termini wolof per comunicare con i bambini e coloro che non parlano francese (lingua che imparano a scuola), vestito abiti coloratissimi.

Questa mia apertura ha reso felici loro e me. Per creare uno scambio proficuo per entrambi ho dialogato con la gente, cercando di comunicare un po’ della mia cultura, per esempio insistendo sull’importanza dell’istruzione, purtroppo ancora molto sottovalutata, sulla quale invece occorrerebbe investire, considerato che i bambini, numerosissimi, rappresentano la vera ricchezza del Paese. Sono sempre stati proprio i piccoli a darmi il buongiorno, a stringermi la mano girandola e rigirandola per valutarne il diverso, a tanti sconosciuto colore, curiosi eppure mai diffidenti.

Il Senegal è un Paese in cui la gente ringrazia coloro che esprimono apprezzamento per la loro terra, e in cui a ogni «grazie» si risponde «c’est la famille», proprio a sottolineare la comune appartenenza a un’unica, grande famiglia. Sono stati i senegalesi a mostrarmi giorno per giorno, con la loro generosità, che non importa quanto possiedi, l’importante è condividerlo. In questo sta la grandezza di una cultura che non si fonda, come la nostra, sull’avere, bensì sul dare, e che non ha perso di vista l’essenziale: i rapporti umani.
In Africa si vive con poco, eppure io stessa, abituata a un’Europa che ha tanto, non ho avvertito mancanze. Il ritorno a casa è stato come l’avevo sperato: con gli occhi e il cuore pieni d’Africa.

Elisa Pira

Vivere a Ngor, villaggio lebu  a soli dieci chilometri da Dakar

IL PROGETTO International school è un progetto nato dalla collaborazione tra un’italiana, Irene Manos, e un senegalese, Idrissa Sambe, estesosi poi ad altri giovani africani. Fa base a Ngor, villaggio lebu costiero, a dieci chilometri  da Dakar. Il progetto nasce con l’obiettivo di promuovere la coesione sociale e il dialogo tra le culture attraverso soggiorni in famiglia e corsi di lingua francese. Offre soggiorni in famiglia in pensione completa, corsi di lingua francese (15 ore  a settimana), visite culturali a siti d’interesse e partecipazioni a eventi e dibattiti, sempre a stretto contatto con la popolazione locale, in un’ottica di turismo responsabile. Per informazioni si può visitare il sito www.atlantic-internationalschool.com.