Malato di cancro, sono stato licenziato

Gentile direttore, supero i 50 anni, portatore di handicap, nel 2013 ho subìto un intervento per asportazione di cancro maligno di alto grado. Ho poi subito vari cicli di chemioterapia. In seguito, vista la ferita, ho dovuto subire due interventi chirurgici. Ma il brutto, oltre a quanto sopra, è che lavoravo per una società onlus, quelle che dovrebbero tutelare più delle altre i soggetti deboli. Appena mi sono sentito in grado, ho chiesto di riprendere il lavoro. In cambio ho ricevuto la lettera di licenziamento in tronco senza preavviso, per «superamento del computo malattia». Per anni ho lavorato presso questa ditta e sono sempre stato disponibile. Ho tentato in ogni modo di arrivare a un compromesso e riprendere il lavoro, ricevendo risposte vaghe e negative. Come è possibile? Mi dicevano che non c’erano motivi per cui preoccuparsi e di pensare a guarire e che tutto il resto veniva dopo. E invece è successo questo. Nelle riunioni ci veniva detto che eravamo come una famiglia. Ora mi chiedo, perché non mi è stato comunicato il rischio di essere licenziato? Mi sento usato e gettato.
 Lettera firmata
Non conosco i particolari della vicenda, ma è probabile che il licenziamento sia formalmente legittimo. D’altra parte anche le onlus hanno necessità di far quadrare i conti e possono essere, come le aziende comuni, in difficoltà a causa della crisi economica. Certamente un avvocato può dare un parere più autorevole e suggerire un eventuale ricorso. Dalla lettera, tuttavia, si deduce che l’amarezza più grande per il lavoratore deriva dall’essersi sentito quasi “tradito” da quella che considerava una “famiglia”. Credo che un dialogo franco e sincero, onesto e corretto, sia fondamentale nei rapporti di lavoro, così come in ogni relazione umana. A questo va aggiunto quanto più volte ha detto anche papa Francesco a proposito del lavoro: è un elemento fondamentale per la dignità delle persone e per le necessità delle famiglie. Va sempre cercata una soluzione equa, rispettosa delle leggi, ma anche delle persone. Mi auguro che la vicenda segnalata in questa lettera possa avere una soluzione positiva. Il Papa stesso, in un suo recente intervento, invita ad affiancare a precarietà un’altra parola: speranza. Quella che viene dal Vangelo di Gesù Cristo, «che si è fatto solidale con ogni nostra precarietà».