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La notte del 4 novembre 1994 secondo Francesca

Ognuno di noi nella vita deve confrontarsi con le situazioni più diverse e attinge dal proprio mondo interiore un appiglio per superare le difficoltà, e talvolta queste difficoltà sono l’ espressione di un destino ineluttabile e violento come è accaduto a me nella notte del 4 novembre di venti anni fa. Uscii di casa alle 21.30 come facevo regolarmente da due mesi ormai per andare al lavoro nella fabbrica di cioccolata, mai immaginando che quella notte sarebbe stata indimenticabile e assurda. Ero una operaia, ordinaria, e svolgevo al meglio i lavori che mi venivano assegnati: quella sera mi avevano destinata, senza possibilità di scelta, e per di più in un locale isolato, alla pulizia di enormi vassoi di metallo che sorreggevano i cioccolatini. Questi abbisognavano di pulizia con passaggio di vapore acqueo e venivano infilati da un capo da un operaio ed estratti dall’altro da un operaio diverso, eravamo in due, sotto l’ effetto di un caldo infernale e ci eravamo presto spogliate.

Abbiamo presto dovuto interrompere il lavoro perché un capo era venuto trafelato a dirci che dovevamo smettere: la fabbrica era allagata dall’acqua incessante che era scesa già dal giorno precedente sulla città di Alba. Tante sensazioni, emozioni contrastanti e pensieri rimbalzarono nella mia mente e con i compagni di lavoro raggiungemmo i piani più alti della torre nella fabbrica, ormai oscurata nel freddo della notte. Dopo vari tentativi di spostamenti con i capi, ormai esausta mi addormentai coperta dal mio cappotto marrone con cappuccio in un angolo, complici le esalazioni di gas. Quando mi svegliai erano arrivate alcune voci di salvataggio esterne alla fabbrica e con esse si riaccese la speranza di uscire, lasciando alle nostre spalle il mare di acqua e fango che erano saliti fino alla torre, mi affrettai verso la portineria ed uscii da quella prigione. Andando a passo veloce, attraversai la città: corso Piave, piazza Savona, via Maestra e la cattedrale di San Lorenzo – finalmente arrivai nella via Cavour, scorgendo da lontano mia madre e mio padre che mi aspettavano da ore, ormai esausti, trepidanti e piangendo li abbracciai con un abbraccio che pareva non finire mai e finalmente capii di essere salva, scampata all’alluvione di una notte senza fine.

Francesca Toppino