Jobs act e articolo 18. Quando si predica bene e razzola male

Gentile direttore, avendo collaborato alla recente pubblicazione, edita dal Comune di Magliano Alfieri, degli statuti medioevali di Magliano, risalenti al 1300, ho avuto l’impressione che, nello scrivere i decreti attuativi del Jobs act, i “liberisti” oggi dominanti nel Pd di Renzi/Poletti si siano in buona misura ispirati a essi. E avrebbero potuto essere ancora più “moderni” in materia di diritto del lavoro se li avessero ripresi integralmente con il copia/incolla, come forse intendevano fare i vari Alfano, Sacconi e Ichino, essendo ormai il copyright degli statuti scaduto da secoli.
L’art. 47 degli statuti di Magliano (intitolato Qui famulum tenuerit ut eum possit licentiare ut infra, cioè Chi avrà tenuto un servo come lo possa licenziare) recita infatti: «Chiunque ha o tiene un servo o avesse avuto un servo o domestico, lo può licenziare a sua volontà in qualunque momento volesse…» (traduzione dal latino).
Con auguri a tutti che il 2015 ci porti più lavoro senza toglierci la dignità.
Cesare Giudice

Gentile direttore, a proposito dell’art. 18 e relativo discredito di cui gode il sindacato, volevo riferire la mia esperienza degli anni 1989-90 nella vertenza di un’azienda dell’albese nella quale i proprietari, avendo necessità di liberarsi di una parte dei dipendenti, nel mio caso adottarono la tecnica del licenziamento coatto con l’avallo del sindacato. Questi signori ebbero il coraggio – senza prendere le mie difese, ma solo appoggiando la parte padronale (esigendo per di più una salata parcella sindacale) – di lasciare in mezzo a una strada un padre di famiglia con due bambini in tenera età, senza ammortizzatori sociali di nessun genere.
Sono passati anni, ma mi rimane l’amarezza di quell’esperienza vissuta sulla mia pelle e di non aver saputo reagire con gli strumenti adeguati. È una vergogna che chi doveva difendere i diritti dei lavoratori, si sia girato dall’altra parte, e oggi inorridisco sentire sbandierare l’art. 18 da questa gente ipocrita che predica bene e razzola male.
Lettera firmata
 
 Lavoro e dignità sono due parole chiave da tenere sempre unite. Come ha invitato a fare più volte papa Francesco. Nel novembre scorso, al Parlamento europeo, disse: «Quale dignità potrà mai trovare una persona che non ha il cibo o il minimo essenziale per vivere e, peggio ancora, che non ha il lavoro che lo unge di dignità?».

E poi aggiunse: «Il secondo ambito in cui fioriscono i talenti della persona umana è il lavoro. È tempo di favorire le politiche di occupazione, ma soprattutto è necessario ridare dignità al lavoro, garantendo anche adeguate condizioni per il suo svolgimento». Tutto questo implica, ha proseguito il Papa, «da un lato, reperire nuovi modi per coniugare la flessibilità del mercato con le necessità di stabilità e certezza delle prospettive lavorative, indispensabili per lo sviluppo umano dei lavoratori; d’altra parte, significa favorire un adeguato contesto sociale, che non punti allo sfruttamento delle persone, ma a garantire, attraverso il lavoro, la possibilità di costruire una famiglia e di educare i figli».
 C’è allora un’altra parola chiave: responsabilità. Da parte delle istituzioni, delle imprese e pure dei lavoratori. Un tema emerso con l’assenteismo di massa dei Vigili di Roma nella notte di Capodanno. La stessa leader della Cgil Susanna Camusso ha detto in un’intervista: «Io sto con quelli che la notte di San Silvestro sono andati a lavorare. La Cgil, fin dall’inizio, ha detto: ci sono le regole, si applichino. Non è vero che nel pubblico impiego non si può licenziare». D’altra parte, ha precisato che, «se condizioni la difesa di un diritto al fatto che tutti si comportino bene non difendi più alcun diritto». Alla fine, una maggiore responsabilità personale e sociale, a tutti i livelli, partendo da chi ha maggiori privilegi, è necessaria per garantire un futuro al nostro Paese e rispettare la dignità e i diritti di tutti.