Quirico: Isis, le colpe dell’Occidente

INTERVISTA
Domenico Quirico, giornalista della Stampa rapito e tenuto prigioniero in Siria per 152 giorni nel 2013, intervistato da Gazzetta quasi un anno e mezzo fa aveva parlato del progetto dell’Isis e degli integralisti islamici di restaurare il califfato dalla Spagna fino al Medio Oriente. Un progetto folle, di un gruppo organizzato e ben armato di terroristi che Quirico ipotizzava. Oggi Isis e califfato sono termini che monopolizzano l’attenzione dei media e incutono timore per la presa che hanno imposto in Siria, nel Sinai, in Uzbekistan, in Libia, ultima terra di conquista. Ma l’Italia deve temere iniziative da parte dell’Isis? È ancora possibile risolvere il problema dell’avanzata dello Stato islamico? Gazzetta d’Alba ne parla con il giornalista di Govone, che ha risposto con la consueta cordialità, offrendo un punto di vista di rara competenza.
Oggi non si parla che di Isis e califfato, ma il problema non è stato sottovalutato quando sarebbe stato il caso di intervenire, Quirico?
«I giornali sembrano aver “scoperto” il progetto di realizzare uno Stato islamico, ma se ne parla da almeno quattro anni. Sicuramente il problema è stato sottovalutato e ci ritroviamo in una situazione di forte instabilità, causata da gruppi terroristici che continuano ad avanzare e fare proseliti».
L’Isis ha una grande potenza a suo avviso?
«È forte nella misura in cui l’Occidente si è mostrato debole. Ha migliaia di combattenti, dispone di risorse e di mezzi ed è molto più organizzata rispetto ad Al Qaeda su cui si sono concentrati i riflettori per anni. Nonostante questo, resta un’organizzazione non all’altezza delle potenze occidentali. Nessuno sembra però voler intervenire in concreto per fermarne l’avanzata».
Di quanti combattenti dispone?
«È difficilissimo dirlo. Si parla di 40 mila in Iraq, ma sarebbe imprudente fornire stime su altri Paesi. Il problema non sta nel numero, ma nel fatto che l’Isis agisca in zone che vivono nel caos, aree in cui con un migliaio di uomini ben armati e addestrati è possibile conquistare e mantenere sotto assedio una città di grandi dimensioni».
Ritiene sia concreta la minaccia al nostro Paese?
«Il rischio è potenziale, non attuale. Non è possibile sapere quale sarà l’importanza dell’Isis fra alcuni anni. C’è un problema terrorismo, che è sempre esistito e che ha colpito di recente Francia e Danimarca. Se invece intende che lo Stato islamico possa anche solo pensare a un’occupazione dell’Italia, ritengo sia da escludere. Non credo esista in questo momento una strategia per l’Europa, a esclusione della Spagna, che faceva anticamente parte del califfato. Per l’allargamento dello Stato islamico l’Isis guarda al Nord Africa e al Medio Oriente».
A suo avviso può esistere una relazione tra lo sbarco di migranti sulle nostre coste e l’avanzata dell’Isis?
«Non penso ci sia una stretta correlazione, si tratta di folle di disperati che hanno la sola intenzione di sfuggire ai regimi dei Paesi da cui provengono. Il rischio, anche in questo caso, è potenziale, perché l’Isis potrebbe piuttosto mirare a fare proseliti fra i deboli».
Chi sono i nemici principali dello Stato islamico?
«Sono quelli storici: Stati Uniti e Gran Bretagna prima di tutti».
E chi potrebbe fermarne l’avanzata?
«L’Isis rappresenta la sfida che ci terrà impegnati nei prossimi anni. Non credo sia possibile una restaurazione del califfato, ma il problema non va sottovalutato. In questo momento solo gli Stati Uniti potrebbero contrastare militarmente lo Stato islamico, ma dubito vogliano agire direttamente. È più probabile che tentino di sconfiggere o di contenere l’Isis con l’aiuto degli alleati nelle zone in cui l’organizzazione opera».
Nel settembre 2013 lei parlò con Gazzetta, indicando le grandi colpe dei Paesi occidentali.
«Sì. L’Occidente ha grandi colpe. Bisognava intervenire prima, all’inizio della rivoluzione siriana, aiutando i movimenti, perché questa rivoluzione ci assomigliava. A spingere i giovani era la voglia di progresso e di libertà. Invece per viltà, per poca lungimiranza abbiamo fatto finta di niente e oggi gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. La storia non si fa con i se, ma agendo subito la storia attuale e quella del futuro prossimo sarebbe potuta essere diversa».
Marcello Pasquero