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Vinitaly, grandi numeri per il Piemonte e pure qualche critica

VERONA «In Piemonte il vino è grasso, potente, muscoloso. È come se in quella terra qualcosa di virile fosse nascosto, qualcosa di duro e affermativo. Rispetto al resto d’Italia c’è qualcosa di differente. C’è qualcosa che quando lo assaggi ti lascia una sensazione di forza». Marco ha 28 anni, è un turista al Vinitaly. Ha appena aperto un ristorante in Toscana e ora gira per gli oltre duecento stand piemontesi, nel padiglione 10, per scegliere i vini del suo futuro menù. Come scegliere tra questa differenziazione?

Camminando per il padiglione 10 – il motto della struttura è “Piemonte, Land of Perfection– terra di perfezione” – si ha l’impressione che il mondo del vino sia in veloce cambiamento. Strutture in legno con esposizioni di bottiglie, depliant esplicativi per il marketing, tutti in giacca e cravatta (gente che, tornata a casa, lavorerà le vigne) a versare vini a volti sconosciuti. Barolo è ovviamente la parola più pronunciata dai produttori. «Il Barolo funziona bene sui mercati internazionali, non possiamo fare altro che ringraziare e continuare a lavorare duro. Dobbiamo viaggiare spessissimo durante l’anno, poi tornare nelle vigne. Solo la scorsa settimana c’era la fiera ProWein a Dusseldorf, oggi Vinitaly. Rimaniamo in piedi dieci ore al giorno a parlare con le persone, a confrontarci, a proporci. È la sola maniera. Costruire relazioni, lavorare la terra. È un lavoro fantastico e faticoso», racconta Osvaldo Viberti, piccolo ma raffinato produttore di La Morra, in perfetta sintesi dell’umore collettivo.

Ma nelle retrovie della rassegna si possono cogliere dettagli “predittivi” di ciò che accadrà. Prima di tutto, la parola “Barbaresco”. Risuona in molteplici conversazioni, annuncia la sua probabile, futura ascesa. Molte poi sono le “lamentele” dei produttori. «Vinitaly non è più la fiera di una volta, non si fanno veri affari. Il prossimo anno non verremo più. Paghiamo oltre mille euro al giorno per essere qui e, a parte un piccolo ritorno d’immagine, non recuperiamo l’investimento», racconta un piccolo produttore di Monforte.

In quattro giorni 150 mila visitatori, 600 mila bottiglie stappate, per un totale di circa 2,8 tonnellate di tappi di sughero e 200 mila tonnellate di vetro. «Ma la cosa peggiore era proprio il servizio relativo ai bicchieri», spiega un produttore di Diano d’Alba. «Il personale che avrebbe dovuto portarci i bicchieri vuoti, per ragioni di mancanza di lavastoviglie, passava ai nostri banchetti una volta ogni mezz’ora circa. In questo modo dovevamo correre in cucina ogni venti minuti e letteralmente “rubare” i bicchieri appena usciti dalla lavastoviglie. Sovente eravamo costretti a dire no ai clienti che si avvicinavano chiedendoci di assaggiare i vini».

Per il resto la fiera è un’occasione di osservazione antropologica di tipologie umane variegate, dal turista desideroso di svaghi etilici al buyer di bottiglie pregiate, dall’importatore in cerca di clienti al giornalista enologico. Una vetrina, un luogo di scambio di progetti e di reciproco apprendimento. Oscillando tra opinioni neutre, altre entusiaste e altre decisamente negative, Vinitaly conferma la propria identità di “unica” fiera italiana in grado di accogliere i mille volti del panorama vinicolo.

Quel che è certo, è che un’aria nuova si respira. «Unesco, il Piemonte, la globalizzazione. In questo capannone c’è un tesoro a ogni passo che faccio», conclude un turista dalla Sicilia. Ha 45 anni. È venuto apposta a Verona. Migliaia di chilometri, «per vedere il “famoso” Padiglione numero 10». Se il settore enogastronomico è sostanziato grazie alla capacità di stringere rapporti interpersonali e di costruire reti di relazioni, il Piemonte intuisce l’opportunità per il proprio futuro. Aprirsi all’internazionalità, partire, fare la valigia e viaggiare, incontrare culture lontane e trovare punti di connessione, per edificare ponti e gettare semi che in futuro potrebbero rendere il territorio miniera dall’inestinguibile potenza di sviluppo.

Matteo Viberti