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Addio Antonella, una donna bella e innamorata della vita

Egregio direttore, non voglio entrare nel dibattito sulla difesa della famiglia. Anch’io ci credo, soprattutto quella basata sull’amore. Quella che noi difendiamo è un frutto culturale, non è storicamente unica a cominciare da quella di Abramo, o di Giacobbe e neppure quella che Giuseppe si aspettava, eppure ha accolto, per amore, un figlio non suo, pur di non mandare a sicura condanna a morte la giovane Maria per adulterio. Ho dentro di me anni di vissuto che mi danno una testimonianza diversa della famiglia e mi chiedo ancora oggi cosa si può fare, come intervenire? Pochi giorni fa, al cimitero ho seppellito una donna bellissima, di Alba. Immaginate una mora, giovane, di sessanta chili, madre di due ragazzi. Domenica scorsa la rividi dopo anni, in un letto dell’oncologia delle Molinette, era una vecchia con radi capelli grigi, di trentasei chili, senza più muscoli, intubata per respirare e il collo con quel buco che non avevo mai visto.
Sapevo tutto. Sapevo di quelle battiture quotidiane da parte del padre dei suoi figli, come un fabbro ferraio batteva il ferro per piegarlo, ogni giorno, per anni. Lei sapeva che la sera era l’inizio della sua tortura: dopo il lavoro arrivava ubriaco e vomitava il suo disprezzo, il suo ricatto, con un attacco all’anima, i suoi soldi giocati alle slot machines e nulla sarebbe andato ai figli, se vuoi mangiare arrangiati, non sei nessuno, da ubriaco perché da sobrio non aveva il coraggio di guardare negli occhi. Sapevo tutto e aspettavo il suo consenso per agire, ma non venne mai: un giorno di compleanno le diedi col regalo di un libro alcuni numeri telefonici che poteva usare per un aiuto. Non poteva farcela da sola. Il peggio per una donna violentata è la solitudine. Il peggio è quando ti confidi in famiglia, la tua famiglia e ti ricorda che hai due figli, che bisogna salvare la famiglia, che devi sopportare. Quel cancro le arrivò in gola, come un segno, come per dire non gridare, non puoi più urlare. Taci, devi stare zitta.
Un giorno si decise. Si presentò alla caserma e fece sentire al carabiniere la registrazione, sul telefonino, di quella voce diabolica del marito, una voce rotta dall’alcol che veniva dall’aldilà, piena di ingiurie, di schifo, di ribrezzo; ma quel giorno non le usciva sangue dal naso, non aveva un graffio, né un livido da far vedere al carabiniere. Cos’è successo? Niente. Se non ha un livido sulla pelle non c’è stata violenza. Tornò a casa e con quegli occhi tristi riuscì a dire che era tutto inutile. Sapevo tutto e ho fatto nulla, potevo decidere al posto suo come un suo tutore e avrei avuto la sua rabbia perché un altro uomo decideva per lei. Sapevo tutto e non ho fatto nulla, e due giorni fa l’ho seppellita a pochi passi dal suo assassino che ora è libero e come tanti mariti normali, normalissimi, andrà ogni giorno a lavorare, e potrà tornare la sera a casa senza più trovare quel sacco di immondizia di sua moglie da buttare per le scale. Si chiamava come me. Bella e innamorata della vita. Addio, Antonella.
Antonio Lombardo

Anche il Papa, nella catechesi della scorsa settimana, ha parlato di separazioni necessarie (previste dal diritto canonico), «quando si tratta di sottrarre il coniuge più debole, o i figli piccoli, alle ferite più gravi causate dalla prepotenza e dalla violenza». La storia di Antonella deve farci riflettere tutti, perché nessuno sia lasciato solo.