L’uomo che scoprì il segreto dell’empatia

INTERVISTA.  Abbiamo incontrato Giacomo Rizzolatti, probabile candidato al Nobel, in fondazione Ferrero. Ecco cosa ha raccontato a Gazzetta di sé, dei suoi studi e delle sue ricerche sulla riabilitazione e la cura di malattie come l’autismo.
Giacomo Rizzolatti, classe 1937, è considerato uno dei più influenti neuroscienziati a livello internazionale. Nel 1995 insieme con i suoi collaboratori è riuscito a identificare una speciale famiglia di neuroni, chiamati neuroni specchio, che potrebbero rappresentare la base fisiologica di processi come l’empatia. Questo lavoro scientifico ha ricevuto riconoscimenti: nel 2014 il Brain prize (un milione di euro) con Trevor Robbins e Stanislas Dehaene. Mai un italiano aveva ricevuto quel premio, da molti ritenuto un’anticamera del Nobel. Il professore venerdì scorso è stato ospite della fondazione Ferrero.
Cosa sono i neuroni specchio, professore?
«La scoperta è avvenuta grazie a studi lunghi effettuati in collaborazione con istituti internazionali. I “soggetti” dei nostri esperimenti sono stati i macachi e il loro comportamento in laboratorio. In sostanza, i neuroni specchio sono una classe di neuroni che si attivano quando un individuo (o un animale) compie un’azione e quando osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto. Con lo studio di risonanza magnetica, si è potuto constatare che i medesimi neuroni attivati dall’esecutore durante l’azione, vengono attivati anche nell’osservatore della medesima azione. Immaginiamo il gesto dell’“afferrare”: quando la scimmia vedeva lo scienziato compiere questa sequenza, i neuroni motori corrispondenti all’afferrare si attivavano, senza che l’animale compisse effettivamente il gesto. Il meccanismo dello “specchio” è parzialmente innato, parzialmente costruito durante il processo di apprendimento».
Quali sono le implicazioni di questa teoria?
«La componente straordinaria dello studio riguarda le emozioni. I neuroni specchio, in altre parole, funzionano nel campo dei sentimenti così come nel campo motorio. Quando vediamo un individuo felice, triste, disgustato o sorpreso, senza che noi stiamo provando la medesima sensazione i neuroni specchio deputati alla regolazione di quella emozione si attivano».
È il meccanismo alla base dell’empatia, della nostra capacità di “sentire dentro” l’emozione dell’altro pur senza provarla “direttamente”.
«Esatto. Sebbene si tratti di un meccanismo che “intuitivamente” conosciamo, scoprirne le basi neurofisiologiche spalanca nuove possibilità nel campo della riabilitazione».
Che cosa intende dire?
«Ad esempio, per quanto riguarda l’aspetto motorio dei neuroni specchio, possiamo immaginare applicazioni riabilitative nei pazienti ortopedici, che devono “recuperare” la funzionalità corporea. La visualizzazione del movimento in altri esseri umani potrebbe attivare reti neurali “assopite” o compromesse, dunque renderle più efficaci. Sul fronte emotivo dei neuroni specchio, invece, possiamo immaginare applicazioni interessanti nella prevenzione dello sviluppo di psicopatologie come l’autismo (per definizione, la sindrome dove i neuroni specchio funzionano meno rispetto alla media delle persone). Se riusciamo a intervenire in una certa “finestra temporale” evolutiva – tra i pochi mesi e i due anni – del bambino, potremmo fornire adeguati stimoli in grado di prevenire lo strutturarsi di meccanismi disfunzionali».
Matteo Viberti