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Carlin Petrini a Gazzetta d’Alba: papa Francesco salverà il mondo

ALBA Il colpo di genio di don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana – che ha voluto fosse lui, Carlo Petrini, autodefinito «non credente», a redigere la guida alla lettura di Laudato si’, l’enciclica di papa Francesco pubblicata da San Paolo – e la figura del Pontefice sono il perno del colloquio con il fondatore di Slow Food e dell’Università del gusto di Pollenzo.

Papa Francesco è in grado di cambiare il mondo. Lo ha asserito lei, da non credente, ha precisato. Lo conferma, Petrini?
«Sicuramente! L’approccio del Papa rispetto alle tematiche che sono al centro dell’attuale fase storica è innovativo sia dal punto di vista metodologico che di contenuto. Parlare di sostenibilità ambientale con riferimento alla giustizia e alla lotta contro la povertà attraverso una visione interconnessa è qualcosa di molto nuovo. Altri leader mondiali non riescono in questa analisi. Ma c’è di più. In un momento di crisi per la chiesa papa Francesco porta cambiamenti profondi di metodo e di governo, coniugando empatia, rigore e sobrietà. A livello d’immagine, con la sua borsa sempre pronta, le scarpe comuni, la vita in una pensione invece che nel più prestigioso “palazzo”, il Pontefice lancia segnali inequivoci. La sostanza è ovviamente il suo pensiero, ma il carisma influisce sulla percezione che ne hanno le persone. Siamo, peraltro, in assenza di grandi figure politiche che interpretino visioni e strategie per uscire da una crisi planetaria che prosegue da troppi anni».

Dopo l’enciclica, Francesco è un papa “verde”?
«Francesco, specialmente con questa enciclica, porta un contributo rilevante, che sarebbe riduttivo definire solo ecologista. Il Papa si fa interprete di un nuovo umanesimo che molti attendevano e altri invece temono».

Temono?
«È in atto anche una reazione contraria. M’infastidisce la provocatoria indifferenza che si protesta da qualche parte rispetto al documento pontificio, messa in atto per sminuirne la portata, per lasciarne stemperare la forza».

Lei parla invece di una “portata rivoluzionaria” per Laudato si’. Che cosa intende dire?
«Concepire un cambiamento di stili di vita che dal basso possano incidere sulla politica e sulle grandi opzioni internazionali è ambizioso e rivoluzionario».

È anche la strada da sempre perseguita da Slow Food.
«Sì, certo. Del resto, Francesco si rivolge in modo chiaro nell’enciclica anche alla componente laica che si è spesa sulle tematiche ambientali. Non solo Slow Food, ovviamente. Ma il Papa va molto più avanti e parla di un’ecologia integrale: nelle sue parole non c’è solamente la preoccupazione per lo stato di salute dell’ambiente o del clima, quanto per quello dell’umanità. Questo passaggio è straordinario e unico. Vedere le connessioni tra lo stato di salute della terra, quello dell’umanità e degli ultimi, dei meno fortunati: è questa la novità che introduce papa Francesco».

Ed è un passaggio di estrema attualità, se lo si legge nel quadro delle migrazioni epocali di cui siamo testimoni in questi anni.
«È vero. Oggi riconosciamo il diritto di asilo a chi è vittima di ingiustizie per guerre e persecuzioni e non a un’umanità che soffre perché è stato distrutto l’ambiente in cui vive. Angela Merkel accetta in Germania i siriani in virtù del dramma in cui si trovano, ma anche negli altri Paesi dell’area le condizioni sono molto critiche a causa di violenza, land grabbing (una controversa questione economica e geopolitica, che riguarda gli effetti di pratiche di acquisizione su larga scala di terreni agricoli in Paesi in via di sviluppo), imposizioni di monocolture, conseguente cambiamento climatico, corruzione dei governi e via discorrendo. Tutta questa ingiustizia determina un cambiamento socio-politico e una straordinaria fase di violenza in quei Paesi».

Tuttavia, le istituzioni internazionali non capiscono.
«Vedo bene che non capiscono, poiché si stanno interrogando sugli effetti senza penetrare le cause: “Dobbiamo aiutarli nei loro Paesi”?, si chiedono. In realtà, dobbiamo fermare il latrocinio che genera violenza, ma nessuno lo vede o vuole vederlo. L’Occidente non c’entra? Eccome c’entra. È il responsabile della situazione».

Qual è la soluzione?
«Un cambiamento di paradigma e di politica. Se ci concentriamo solo sull’esodo di proporzioni bibliche in atto e non vediamo le cause di cui la nostra civiltà è responsabile non riusciremo a intervenire. Purtroppo non esiste oggi una leadership politica che abbia una visione strategica su questo fronte».

Non ha fiducia nella politica?
«La speranza è l’ultima a morire, ma sappiamo che fine hanno fatto il Protocollo di Kyoto, le assise di Rio, gli impegni non mantenuti delle nazioni. Siamo di fronte a un sistema economico “criminale” – il Papa dice “questa economia uccide” –, che richiede cambiamento. Una parte dell’umanità ha usato fin qui l’ingordigia, l’altra ha sperimentato la mancanza. Occorre riequilibrare la bilancia con politiche di contrazione, per chi ha troppo, e convergenza, per chi ha nulla. Francesco, in Laudato si’ rompe il tabù sul termine “decrescita”, che viene usato per chi ha avuto molto. Ma se il pensiero economico globale resta ancorato al Pil e alla crescita infinita la divergenza con le parole del Papa è nei fatti».

Eppure, il Papa conclude con speranza un’analisi molto realistica.
«La gioia e la speranza sono nell’accettazione di una logica “rivoluzionaria”, non certo nella descrizione dello status quo. Francesco ha fiducia che le cose possano cambiare dal basso nelle piccole pratiche individuali».

E anche lei ci crede, visto che ha basato l’azione di Slow Food sulle piccole azioni di cambiamento.
«Sì, incidere sui consumi diffusi può determinare cambiamenti profondi del sistema economico. Il piccolo mercato della terra di Alba parte da buone pratiche individuali dal basso che portano a mutamenti sostanziali. Se vengo preso dallo scoramento perché manca una governance internazionale adeguata, devo prendere atto che il terreno su cui– con gioia –si può operare la trasformazione è quello per il quale ho lavorato tutta la vita».

Che cosa pensa del premier Matteo Renzi?
«Mi auguro vada bene, ma confesso che talvolta non mi convince il suo approccio fin troppo sicuro di se stesso. Vedo la mancanza, io che arrivo dal partito comunista, di una rete di base che eserciti democrazia diffusa. Oggi si gioca la leadership al solo livello mediatico».

Qual è il suo rapporto con la fede?
«La fede bisogna averla. Che cosa si intende per fede? Io ho fede nei miei ideali. Se torniamo al discorso che abbiamo fatto, ho grande fede nella politica dal basso».

Si considera credente?
«Penso di essere un non credente nella struttura, però fortemente ancorato a una spiritualità diffusa, che non è patrimonio solo di chi crede. Esiste una spiritualità laica, forse agnostica rispetto ai “canoni”, che ha forte valore».

Com’è nato il suo rapporto con il Papa?
«Con la mobilitazione che Francesco chiese per la guerra in Siria nel 2013. Gli inviai un articolo sulla sua visita a Lampedusa e un libro su Terra madre. Lui mi chiamò al telefono per ringraziarmi. Ci scambiammo opinioni, a cominciare dalle comuni origini piemontesi. Poi, il rapporto è proseguito a distanza».

E l’idea della guida alla lettura di Laudato si’?
«Sono stato sorpreso quando don Antonio Sciortino, il direttore di Famiglia Cristiana, ha chiesto a me, un non credente, di scrivere la presentazione per l’edizione San Paolo. Con l’enciclica fra le mani e 24 ore di tempo per commentarla ho visto in positivo la radicalità delle parole del Pontefice. Il documento è rivolto a tutti, non solo ai credenti; si tratta di un testo storico, portatore di un nuovo umanesimo. Francesco ci fa comprendere che l’umanità sta andando verso il suicidio collettivo e chi paga il dazio maggiore sono i poveri».

Non crede che pure le nostre colline targate Unesco debbano riflettere sul tema ambientale?
«Non viviamo di solo vino. Bisogna fermare lo scempio della cementificazione, non pensare che tutta l’economia possa essere monocultura vinicola, fare in modo che non passi in maniera preponderante la logica dell’economia del prodotto piuttosto che la cultura enologica».

Maria Grazia Olivero