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Il Dolcetto è tornato di moda

VINO  Quando parli di Dolcetto, trovi sempre pareri discordi. C’è chi lo ama alla follia e chi lo snobba. Se poi vai indietro di qualche anno, quando erano di moda i vini muscolosi, era trascurato. Il suo momento migliore risale agli anni Ottanta, quando sembravano tornati in auge i cosiddetti “vini di Saluzzo”, quelli che nel secolo XVII avevano il sopravvento per delicatezza e semplicità. In quegli anni era più facile vendere Dolcetto che Barolo o Barbaresco. Il suo periodo più difficile lo ha trovato negli ultimi 4-5 anni: sembrava passato di moda.

La vendemmia del Dolcetto sulle colline attorno ad Alba.

Due annate scarse. «Sono bastate due annate di bassa produzione (2014 e 2015)», sottolinea Pietro Ratti, presidente del Consorzio dei vini albesi, «a ribaltare la situazione. Non che adesso ci sia la corsa sfrenata al Dolcetto, ma i mercati sono più vivaci e le prospettive future più positive». Ultimamente, nell’albese come nel doglianese, parecchi produttori hanno convertito alcuni vigneti da Dolcetto a Nebbiolo o altra varietà. Anche questo ha portato sollievo al mercato e vivacità. Vivacità che nel 2015 si è tradotta in prezzi delle uve più elevati e più remunerativi.

Cesare Barbero dirige la Cantina Vignaioli di Treiso, da sempre strettamente legata a questo vino: «Treiso è un paese vocato e noi ne teniamo conto. Il nostro Dolcetto d’Alba è un vino di riferimento per tanti consumatori. Lo vendiamo bene anche all’estero: Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone, Brasile. Il segreto è dedicare a questo vino il giusto tempo e le doverose attenzioni».

Il vitigno Dolcetto ha ruoli diversi se si trova sulle colline albesi o su quelle del doglianese. Attorno ad Alba è un’alternativa ad altre varietà, in particolare Nebbiolo e Barbera e spesso rischia di essere la terza scelta. A Dogliani, il Dolcetto è l’attore principale e, perciò, gioca da solo il suo ruolo. Un compito difficile nel breve periodo, ma che in futuro potrebbe rivelarsi strategico, soprattutto se avrà i giusti investimenti in tecnica, qualità e ricerca di identità.

Questione di unicità. Qualche anno fa, i produttori di Dogliani e dintorni sono stati coraggiosi. Da un lato, hanno coinvolto nel loro progetto le vicine Langhe monregalesi. Dall’altro, hanno razionalmente rinunciato al riferimento del vitigno. “Dogliani” così è diventato unico. «Chi produce e vende Dogliani», conferma Anna Bracco, direttrice della Cantina di Clavesana, «non vende solo Dolcetto, ma un prodotto che si identifica con un territorio. Cominciamo a coglierne i risultati, perché chi arriva da noi lo fa soprattutto perché vuol conoscere e capire il Dogliani Docg». Il passaggio alla nuova formulazione ha comportato perdite e rinunce. Vari viticoltori hanno abbandonato il vitigno, vari vinificatori hanno ridotto la produzione. Non tutti i mali vengono per nuocere: chi ha abbandonato il Dolcetto e il suo vino è perché non ci credeva abbastanza. Perciò, non ha solo tolto del prodotto, ma ha ridotto anche i problemi, soprattutto di qualità e scarsa identità.

Annamaria Abbona, titolare di una piccola azienda a Farigliano, non ha dubbi: «I risultati di un cambiamento così deciso non ci sono ancora, ma l’obiettivo è chiaro. Anche noi piccoli produttori stiamo vivendo un momento strategico: abbiamo capito che potremo costruire qualcosa di solido se valorizzeremo le nostre particolarità e sapremo affrontare con successo i problemi legati a un vitigno difficile e a un vino impegnativo».

Giancarlo Montaldo