Carlo Petrini e le donne calabresi al Nord

MARZO DONNA Negli anni Sessanta le donne calabresi  arrivarono in Langa per sposare i giovani contadini snobbati dalle ragazze del posto.

Carlo Petrini, alla presentazione del libro Ti ho vista che ridevi, ha detto: «È stata un’emigrazione invisibile e silente, di cui si preferiva non parlare. Da un popolo avaro di parole a un altro, piccole storie individuali migravano senza il frastuono dei media, senza l’attenzione della sociologia. Eppure è stata un’emigrazione salvifica, che ha impedito alle nostre campagne di spopolarsi e, in modo inconsapevole, ha vissuto di scelte d’avanguardia sia da un lato che dall’altro: sposare una “forestiera” era un gesto anomalo, fatto da chi non trovava alternative regolari; e partire verso Nord per sposare uno sconosciuto era il risultato di una storia che non aveva incontrato i canoni della normalità».

Quante Rosalia, Menuccia, Concetta dalla pelle olivastra e dagli occhi scuri arrivarono, mezzo secolo fa o giù di lì, a far fruttare le zolle di una Langa povera, che rischiava l’abbandono? Quanto sudore, amore, forza, rassegnazione, speranza occorrono a una donna per accettare di unire il suo destino a un uomo che nemmeno conosce?

Erano gli anni Sessanta e i contadini delle nostre colline non riuscivano a prendere moglie, rifiutati dalle conterranee che preferivano loro operai, impiegati, imprenditori, lo sguardo rivolto altrove. Mentre il boom economico fagocitava le campagne calamitando verso le città, le centinaia – migliaia? –di donne calabresi disposte a spostarsi furono un’inezione di vita, uno spasmo di futuro, la capacità di generare per una terra che rischiava d’inaridirsi, un fenomeno sociale sottaciuto e poco indagato.
Per questo, ad Alba, la festa della donna, l’8 marzo, è dedicata a loro, con un omaggio da parte dei sindaci e di Slow Food. Ne parliamo con il fondatore del movimento del vivere lento, Carlo Petrini, primo fautore dell’iniziativa della Condotta albese di Slow Food guidata da Fulvio Prandi, realizzata in collaborazione con Gazzetta.

La Langa – ma pure il Roero – “salvato” dalle donne calabresi negli anni Sessanta. Una scelta d’amore o di sopravvivenza, Petrini?
«Mi piace parlare dell’incontro di due culture contadine in apparenza lontane, ma alla fine molto vicine, tanto da integrarsi. Che cosa poteva significare per una donna calabrese arrivare nella mia Langa degli anni Sessanta e viverci, confrontarsi con la suocera, le altre donne, i mariti, i cognati? Quelle donne devono avere avuto momenti non facili, ma il tempo e le generazioni hanno dato forza e ragione alla loro pazienza».

Era una terra un po’ razzista la Langa?
«Razzista? Non mi pare il termine giusto. Chiusa, molto chiusa, e poco disposta ad aprirsi. Ma non razzista, tanto che le calabresi vennero accettate ed ebbero un ruolo importante nella comunità».
Fu un fenomeno sociale che cambiò il destino?
«L’immigrazione delle donne calabresi al Nord è un fenomeno sociologico importantissimo, che Nuto Revelli seppe cogliere attraverso la sua capacità di ascoltare e di raccontare nei suoi libri, Il mondo dei vinti e L’anello forte in particolare».
Era il momento della città, il boom svuotava le campagne. Per sposarsi i langhetti dovevano cercare in Calabria, con l’aiuto dei bacialé, le persone che combinavano i matrimoni.
«Sì, da noi il bacialé era una figura laica, magari il barbiere, che aveva in deposito l’album delle fotografie delle donne disponibili a venire al Nord. Torino era il miraggio, che solo Ferrero e Miroglio – la fabbrica agganciata alla campagna – fermarono un po’. Ricordo i treni dei pendolari ogni sera e ogni mattina a Bra. Erano migliaia. Ma nella Langa profonda non c’era il treno per andare a lavorare. E l’esodo rubò la vita di interi paesi. Le donne del Sud contribuirono a salvarci».
“Ci salvano gli altri, sempre”. Lei lo afferma nella prefazione del volume Ti ho vista che ridevi. Anche oggi? Anche se abbiamo paura dell’esodo che incombe sul nostro mondo?

«Non possiamo eludere la realtà, farne a meno. Basta andare a scuola e vedere il numero dei bambini figli d’immigrati, seduti nei banchi. Entro una generazione al massimo questi ragazzini faranno battute in piemontese al bar e saranno del tutto integrati. Chi continua a sollevare paure, sbaglia. Del resto, è la storia. C’è nulla di nuovo sotto il sole. Siamo tutti stranieri, siamo tutti in cerca di salvezza, siamo tutti sulla terra di qualcun altro».
Eppure molti Paesi europei sono sul fronte del “no” rispetto al dramma e all’ospitalità da offrire a chi fugge dalla guerra.

«Il dramma è che manca una politica europea. Non è il Pil che va su o giù a determinare il senso dell’Unione. La più grande sconfitta per l’Europa, la più assurda débâcle della politica si consuma sull’immigrazione. Permettere che i Governi procedano in ordine sparso con logiche aberranti non vuol dire essere Europa. Ogni Paese l’utilizza per i suoi comodi». Renzi si muove bene?
«Nelle parole sì; nei fatti deve ancora dimostrare quanto pesa. E ho l’impressione che pesi poco».
Che cosa fare?
«In Siria ci sono 13 milioni di persone che non hanno la possibilità di vivere. La situazione è tanto drammatica da superare anche le potenzialità europee, chiamando gli Stati Uniti e il mondo a occuparsene. Oltre alla devastazione delle città, è in scacco la campagna: il contadino siriano non è più in grado di produrre cibo. Dobbiamo attenderci una crisi alimentare di proporzioni bibliche, una carestia epocale. E non è ammissibile che la comunità internazionale assista senza incidere al dramma della Siria».
Maria Grazia Olivero