Referendum trivelle, le ragioni dell'astensione

Riceviamo e pubblichiamo.

“Dicamoci la verità, almeno fra di noi” si diceva in Direzione nazionale del Partito democratico. Vorremmo partire da qui perché ci sono troppe verità negate in questo referendum di aprile, schiacciate da una propaganda ingannevole, a volte perfino stupidamente offensiva come quel bruttissimo “trivella tua sorella”…
Vorremmo partire dalle parole di D’Alema, Speranza e Fassina: “Non è democratico che il Partito democratico abbia deciso per l’astensione al voto” per invitarli a rileggere l’art 75 della Costituzione; scopriranno che chi decide di non andare a votare – magari perché ritiene questo referendum inutile, o perché è incerto sul quesito o sulle conseguenze del voto – è libero di farlo proprio secondo la tanto citata “Costituzione più bella del mondo” la quale prevede, espressamente, l’astensione come una facoltà legittima, considerandola, anzi, prova inconfutabile dell’inesistenza della volontà popolare contraria, con la conseguenza che, giustamente, il referendum non passa e la norma resta.

Non è del resto un caso che la sinistra, con l’Ulivo ad esempio, abbia sempre sostenuto l’astensione al referendum quando la materia è troppo tecnica, complicata, come in questo caso in cui il quesito è destinato ad amministrativisti esperti di concessioni amministrative, non ai comuni mortali.
Anche un vecchio piemontese di destra insegnava “conoscere per deliberare”, cioè per decidere: era Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica.
Seguendo quel principio diciamo perciò agli elettori se intendete andare a votare informatevi bene sulla materia e sul quesito prima di incidere sulla vita dei lavoratori e su milioni di investimenti già spesi.

A dispetto del proclama “no triv” questo non è un referendum sul mare pulito e sull’ambiente, e non decreterà la fine delle trivelle. Il quesito non chiede infatti di abolire l’estrazione di petrolio e gas nei nostri mari. Come ha riconosciuto Romano Prodi, come ha dichiarato il Governatore della Basilicata, come è stato costretto ad ammettere anche un ambientalista del calibro di Ermete Realacci, questo referendum è inutile. Se l’Italia non è un Paese energeticamente indipendente (e non lo è) allora deve sfruttare al meglio il metano e quel po’ di petrolio che ha, superando le insormontabili difficoltà burocratiche per trasporto e stoccaggio del proprio greggio dopo l’estrazione ed è questo che si è fatto con la legge che si vorrebbe eliminare; legge che ha già stabilito il divieto di aprire nuovi impianti, per cui non esiste alcun rischio che le piattaforme aumentino. L’eliminazione della norma comporterebbe solo un grande spreco che aumenterà la nostra dipendenza energetica dai soliti Paesi Arabi e dalla Russia di Putin.

Chi crede, giustamente, nelle energie rinnovabili – come ci crediamo noi – sappia che gli investimenti in questo settore non sono diminuiti “perché si è tornati al petrolio …”; anzi non sono mai stati così massicci e, se le energie rinnovabili non soddisfano ancora il fabbisogno nazionale, è solo causa dei ritardi del passato.
Chi infine si lamenta dell’inquinamento esistente sappia che ciò dipende dalle politiche sbagliate delle Regioni, e non dallo Stato, poiché sono queste che, ancor oggi, gestiscono i giacimenti e le concessioni, i rinnovi e sono le Regioni che non hanno adottano quelle misure ambientali adeguate che lo Stato intende porre in essere con una politica energetica nazionale.
Chi vota sì sappia che, così, lascia a quelle stesse Regioni inadempienti la gestione e il rinnovo delle concessioni e soprattutto gli introiti dei diritti di estrazione.E già, perché le ragioni del sì sono, banalmente, molto più economiche che ambientaliste. “Almeno fra di noi, diciamoci la verità”

Marta Giovannini – Direzione nazionale PD
Pierangelo Bonardi – consigliere comunale di maggioranza ad Alba