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Collisioni. Prende corpo il progetto vino

Collisioni progetto vino

BAROLO
Incontro dedicato ai terroir del vino con ospiti dalla Francia
Tra le tante anime del festival agrirock Collisioni – in principio furono letteratura e musica – il vino, con il progetto curato da Ian D’Agata, sta guadagnando interesse e spazio. Lunedì 6 giugno, nella sala del tempio dell’enoturista, nel castello Falletti, sede del Wimu, si è tenuto il convegno “Il terroir nelle sue espressioni storico-culturali e degustative”. Per sviluppare il tema, D’Agata ha invitato a Barolo grandi esperti delle zone di produzione della zona del Borgogna e della valle del Rodano (Condrieu).

L’incontro è stato introdotto da Filippo Taricco, ideatore di Collisioni. Quindi è toccato a Jacky Rigaux, che ha dato lezioni di vino e terroir all’università. Il suo intervento è stato dedicato in particolare alla degustazione geo- sensoriale, che «permette di apprezzare quello che la terra trasmette al vino, come insegnavano gli antichi monaci di Cluny, i quali arrivavano ad assaggiare la terra». In altre parole, l’esperto francese ha esposto il legame tra gusto e l’insieme di fattori – microclima, composizione del suolo – che portano a identificare il terroir. Un termine che è stato riscoperto solo di recente, dopo il «declino seguito alla prima guerra mondiale» fino alla «paura, negli anni Settanta, che il vino potesse diventare un prodotto industriale».

D’Agata ha esposto alcuni casi di studio sul concetto di terroir, dal Barolo fino a zone dove il vino si produce da pochi decenni, come il Canada. È seguita la relazione di Aubert De Villaine, direttore del più celebre possedimento vinicolo al mondo, il Domaine de la Romanée-Conti. De Villaine ha detto: «Noi lasciamo fare alla natura: bisogna rispettare quello che ti può dare il tuo terroir; suolo e sottosuolo sono altrettanto importanti della parte del vigneto che si vede», mentre negli ultimi anni si è assistito a «un’enologia sempre più interventista, che ha portato a un impoverimento dei vini». Un accento particolare è stato riservato dall’enologo e produttore transalpino al riconoscimento Unesco di patrimonio dell’umanità, ottenuta dall’area vinicola della Borgogna un anno dopo rispetto a Langhe-Roero e Monferrato. Essere sito Unesco mette in risalto la coniugazione tra uomo e natura, sulle nostre colline come nell’area francese, diventata celeberrima per il vino nonostante il «clima non sia favorevole alla vite».

Il convegno è stato chiuso da Christine Vernay, molto applaudita per aver in parte esposto la sua relazione in italiano. Considerata la più importante enologa del Condrieu, Vernay ha esposto il rapporto tra il vitigno caratteristico dell’area del Rodano e il sottosuolo.

p.r.