L’imam di Alba: anche noi musulmani siamo tra le vittime del terrorismo

L’INTERVISTA «Mi piacerebbe con questa intervista a Gazzetta d’Alba invitare il vescovo della Chiesa albese, Marco Brunetti, a un incontro. Vorrei parlare con lui di fede e avviare un dialogo costante tra le nostre comunità». Ho appena incontrato Abdelhadi El Hani, imam (sarebbe più giusto dire “guida spirituale”, in quanto in Italia l’ordine degli imam non è riconosciuto) di Alba da 11 anni e già mi spiazza. La sua richiesta mi sembra coerente con la figura di un uomo di 41 anni che ha una figlia albese, che parla con disinvoltura della condizione della donna nell’islam, di matrimoni tra musulmani e cristiani, di Crocifisso nei luoghi pubblici e che ogni venerdì dichiara di pregare per la città di Alba. Sono da poco passate le 20.30 di mercoledì 13 aprile quando entro nel centro culturale islamico di via Carlo Biglino, riferimento per gli oltre 500 musulmani albesi. Ad accogliermi oltre all’imam, ci sono Elbounadi Abdelkhalek, vicepresidente del centro, Rachid Jlil dell’associazione culturale immigrati di Alba e il capo scout Asmi Samir Hajji. Alba tra l’otto e il dieci aprile ha ospitato il campo di primavera dell’Associazione scout musulmani italiani (Asmi). Partiamo da qui.

El Hani, lei era presente. Cosa ha rappresentato per la vostra comunità?
«È stata una bella occasione di integrazione. Gli ideali dello scoutismo sono universali e nascono dagli insegnamenti migliori delle nostre religioni. La comunità musulmana albese è composta per oltre il 40% da persone con la cittadinanza italiana, che si sentono italiane e vogliono essere parte della vita sociale e culturale di questa città. Gli scout possono essere un importante veicolo di dialogo».

Una spinta che contrasta con l’idea di una comunità islamica chiusa, spesso promossa dalle Tv.
«La porta del nostro centro culturale è sempre aperta a chiunque sia spinto dalla curiosità di conoscere e di abbattere i pregiudizi. La scorsa settimana ho visitato il duomo con gli scout esprimendo una preghiera per la pace e la fratellanza e vedo nulla di strano in questo».

Quindi, non la infastidisce il Crocifisso?
(ride) «Penso questa storia del Crocifisso venga usata periodicamente per fomentare l’odio tra religioni. Un buon musulmano ha rispetto di Gesù Cristo e dei suoi insegnamenti e non può essere infastidito dal Crocifisso. Nella nostra comunità abbiamo ragazzi che collaborano con Croce rossa, Asava, parrocchie o associazioni albesi. Un impegno nel sociale che ho sempre sostenuto».

Come funziona il centro culturale? Ricevete contributi da istituzioni?
«Con l’Amministrazione c’è collaborazione cordiale, ma non riceviamo contributi pubblici. Il centro culturale di via Biglino vive grazie alle offerte libere dei fedeli. Come imam, guida spirituale della comunità, in quanto unico tra i musulmani albesi ad aver studiato a memoria il Corano, ricevo un ministipendio, dalle offerte, per adempiere al mio dovere verso la comunità ed essere presente durante le sei preghiere giornaliere».

Un’altra accusa riguarda il ruolo della donna subordinata all’uomo. Stanno così le cose?
«Nella nostra comunità, come in tutte le comunità, sono presenti uomini malvagi che non hanno rispetto delle donne. L’insegnamento che lascio a chi frequenta il nostro centro culturale è al rispetto di tutte le donne che hanno pari diritti rispetto agli uomini. Tra i miei ruoli vi è anche quello di conciliatore per le famiglie e svolgendo questo compito cerco di non fare distinzioni tra quelle che possono essere le responsabilità di moglie o marito. E nemmeno tra la fede dei coniugi, non è vero che una donna cristiana che sposi un musulmano debba sposarne anche la religione. Anche questa è una strumentalizzazione».

È strumentalizzazione uccidere in nome di Allah?
«Il Corano dice che ammazzare un uomo è come uccidere tutta l’umanità. I terroristi dell’Isis hanno nulla a che vedere con l’islam. Oltre il 90% delle vittime del terrorismo è di fede islamica. Siamo le prime vittime della follia di pochi fanatici e ne paghiamo le conseguenze in termini di vite umane, ma anche di convivenza, perché alcune persone possono identificare oltre un miliardo di musulmani con pochi fanatici terroristi».

Al modello Molenbeek è possibile contrapporre una nuova via che parta anche da Alba?
«È quello che ci piacerebbe fare, incontrando il vescovo, ma anche facendo capire alla cittadinanza che noi siamo qui e le nostre porte sono aperte, che siamo tutti fratelli. Dal pregiudizio nascono ghetti, incomprensione e odio, dalla conoscenza può, invece, partire un esempio positivo di convivenza. Alba e gli albesi che mi hanno accolto sono nel mio cuore e nelle mie preghiere, ma anche in quelle di chi frequenta il centro culturale. Ogni venerdì, preghiamo perché i membri della comunità possano contribuire a curare la città e a preservarla dai pericoli».

Marcello Pasquero