Avremo anche il Piemonte Nebbiolo?

VITICOLTURA Come un fulmine a ciel sereno è giunta sulle colline di Langa e Roero la notizia che il Consorzio vini d’Asti e del Monferrato ha colto al volo la modifica in corso della Doc Piemonte per chiedere l’introduzione in tale denominazione della tipologia “Piemonte Nebbiolo”. Mugugni silenziosi e reazioni più vivaci si sono alternati tra i produttori al pensiero di vedere un’altra declinazione legata al Nebbiolo dopo quelle che lo hanno finora valorizzato. Nel contesto albese, infatti, la coltivazione del Nebbiolo ha dato luogo a quattro denominazioni di primo livello (Barolo, Barbaresco, Nebbiolo d’Alba e Roero) e a una Doc di territorio più esteso, ovvero il Langhe Nebbiolo che tanto successo sta riscuotendo. <EM>Nelle province di Novara, Vercelli, Biella e Verbano-Cusio-Ossola, un’altra intelaiatura di denominazioni caratterizza la locale coltivazione di Nebbiolo, molto più limitata per estensione, ma comunque orientata alla qualità, con in testa le Docg Gattinara e Ghemme e altri vini Doc e al di sotto due denominazioni di territorio (Colline novaresi e Coste della Sesia).

Nelle due aree di tradizionale coltivazione per il Nebbiolo, la strategia prevalente, sia nella fase viticola che in quella enologica, è sempre stata ispirata alla selezione di aree di coltura limitate, con un’attenta ricerca delle migliori condizioni di terreno e ambiente (le colline marnose con struttura prevalente in calcare e un po’ di argille e a volte anche qualche infiltrazione di arenaria – le cosiddette “terre bianche” per capirci – e il clima continentale freddo e temperato). Il ricorso alla denominazione Piemonte fa cambiare radicalmente le cose. Non tanto dal punto di vista climatico, quanto piuttosto sotto l’aspetto del suolo e dell’approccio produttivo, dove le variabili sono decisamente maggiori.

Si tratta di un cambio di passo che non porterebbe benefici dal punto di vista qualitativo e nel prestigio di un comparto produttivo che sta regalando prodotti di qualità elevata e con tipologie omogenee e che ha avviato un dialogo gratificante con i mercati del mondo.

Alla base di questa richiesta ci sarebbe la necessità di dare un riferimento di denominazione al potenziale viticolo a base di Nebbiolo legato al Monferrato. Non sappiamo se davvero in quel territorio ci sono i 300 ettari di Nebbiolo dei quali abbiamo letto, ma anche se ce ne fossero di meno, crediamo sia giusto che chi ha fatto investimenti in vigneto in totale legittimità normativa possa valorizzarli con un adeguato posizionamento in una denominazione di origine. <EM>A questo punto ci chiediamo perché non sia stata scelta la strada della Doc Monferrato, che come denominazione è l’equivalente delle colline della nostra Doc Langhe. Senza dubbio, una scelta di questo genere saprebbe rispettare di più la storia e la vicenda produttiva del Nebbiolo e dei suoi vini. E, poi, porterebbe i produttori di quelle colline a investire su un’area dai contorni più limitati e più omogenea dal punto di vista ambientale, una zona tra l’altro già ricca di tradizione e produzione qualitativa in ambito vitivinicolo.

Forse, la scelta della Doc Piemonte rappresenta una scorciatoia, ma complica le cose e potrebbe non trovare la condivisione dei produttori di Langa e Roero.

Giancarlo Montaldo