Francesco Clemente, signore dell’arte, racconta After Omeros

Roberta Ceretto e Francesco Clemente all'inaugurazione della mostra After Omeros

L’INTERVISTA
L’artista ad Alba per l’inaugurazione di After Omeros
Chi lo ha seguito in questi giorni racconta del suo approccio profondo, quasi mistico, all’arte, della passione con cui ha partecipato all’allestimento e della sua disponibilità nel raccontarsi, con tono di voce pacato e con qualche sottile battuta di tanto in tanto, da buon napoletano. Francesco Clemente è uno dei signori dell’arte. La sua è una ricerca continua, un viaggio cominciato con il trasferimento da Napoli a Roma, proseguito a New York, senza dimenticare l’India e ogni altro angolo del mondo in cui è stato. Proprio il viaggio è tema centrale di After Omeros, allestita da Roberta Ceretto nel coro della Maddalena, visitabile con ingresso gratuito fino al 13 novembre. Il ciclo narrativo è ispirato al poema di Walcott: Ettore e Achille non vivono in Grecia, ma sono due pescatori dell’isola di Santa Lucia, entrambi desiderosi di conquistare la bella Elena. Esordisce Clemente: «Sono sempre alla ricerca di eroi, di persone da ammirare».

Clemente racconta la storia dal sapore epico ma con 41 acquerelli e una serie di sculture.
«Le opere esposte parlano del viaggio, del mare, ma anche della conquista o della riconquista della propria terra», spiega Roberta Ceretto, «ricchezza e patrimonio delle nostre zone, che Francesco ha visitato in diverse occasioni. Per questo ha deciso di portare questo ciclo ad Alba».

Clemente, c’è anche un po’ di Piemonte nella sua storia: mi riferisco ad Alighiero Boetti, uno dei massimi esponenti dell’arte povera. Come vi siete conosciuti?
«Ci incontrammo a Roma: lui arrivava da Torino, io da Napoli. Spesso mi prendeva in giro dicendomi: “Tutti quelli che vanno verso il Sud cercano la libertà, quelli che vanno verso il Nord lo fanno per ambizione!”. Siamo diventati subito amici, è stato il mio mentore, la prima persona che ha portato qualcuno nel mio studio. Era un grande artista e il suo pensiero, se possibile, è ancora più straordinario del suo lavoro. Egli ha sperimentato ogni forma d’arte: pittura, scultura e installazioni di vario genere».

Lei come sceglie il modo in cui esprimersi?
«Sono scelte premeditate e studiate con largo anticipo. Stabilisco ogni volta dei parametri di lavoro molto stretti e dentro quei confini mi esprimo con la massima libertà, ma ho dall’inizio un’idea precisa».

Nella sua carriera ha scelto spesso di realizzare narrazioni. Quando inizia un progetto ha ben chiaro il suo obiettivo o è qualcosa in divenire?
«La bellezza della pittura è che c’è una distanza da colmare, un viaggio da percorrere di fronte a noi. Poi accade esattamente come nella vita, quando ci si pone un obiettivo e si finisce quasi sempre da un’altra parte, tanto da chiedersi: come sono arrivato fin qui?».

Se lo ricorda il primo quadro della sua vita? «È una veduta di Napoli, la città in cui sono nato e cresciuto. Rappresenta ciò che vedevo dalla mia finestra, mi consideravo quasi un prigioniero. Credo che questo quadro, il mio primo quadro, esista ancora… in qualche luogo».
Francesca Pinaffo