Sessant’anni fa il Congresso mondiale degli artisti liberi

ALBA Sessant’anni fa si tenne l’incontro voluto da Gallizio che segnò un’epoca
Nel settembre del 1956, anno di ripetuti esperimenti nucleari nel Pacifico, si produsse nella città di Alba una «enorme sconosciuta reazione chimica». Così almeno annotò un chimico locale, che aveva avuto non solo il privilegio di assistervi, ma di esserne tra i catalizzatori. Parliamo naturalmente di Pinot Gallizio (1902-1964), ormai pienamente avviato sul cammino della libera ricerca artistica e formalmente “direttore tecnico” di un istituto la cui carta intestata riportava una dicitura lunga un palmo: «Laboratorio sperimentale del movimento internazionale per una Bauhaus immaginista».

La reazione chimica prodotta dal laboratorio non fu altro che (si prepari il lettore) il “Primo congresso mondiale degli artisti liberi”, tra il 2 e l’8 settembre, con le debite cerimonie e regolari sessioni, nel Municipio di Alba. I lavori non erano solo teorici: li integrava una esposizione di pitture e sculture degli artisti confluiti o intercettati nel laboratorio sperimentale del Mibi, che per l’allestimento non ebbero, letteralmente, che da attraversare la strada.

La mostra era infatti ospitata nel politeama Corino, gloriosa (per noi oggi) sala danze all’angolo di via Mazzini con via XX Settembre, giusto in faccia all’ingresso di casa Gallizio, domicilio del laboratorio. Dobbiamo peraltro alla mostra, e al servizio fotografico (verosimilmente firmato Agnelli) che la documenta, se possiamo oggi sbirciare l’architettura e il décor del politeama, «una specie di music-hall alla francese» secondo la definizione iper-evocativa che ne diede, pochi anni dopo la demolizione, lo scultore Franco Garelli.

Garelli era tra gli invitati al congresso, organizzato intorno al tema “Le arti libere e le attività industriali” da Gallizio, Piero Simondo e Asger Jorn (fondatori del laboratorio, nel settembre 1955), Elena Verrone, Enrico Baj, Ettore Sottsass jr.
Li riconosciamo tutti, negli scatti che li ritraggono nelle sale comunali, al rinfresco offerto da Giovanni Ferrero o nella pizzeria di Giovanni Bruno, insieme al delegato dell’Internazionale lettrista Gil J. Wolman o all’architetto olandese Constant, che trascorrerà alcuni mesi ad Alba, lasciandovi tracce “psicogeografiche” purtroppo soltanto sulla carta.

La cortina di ferro fa bloccare i visti d’ingresso e arrivare off limits gli artisti cecoslovacchi Pravoslav Rada e Jan Kotik: potranno comunque unirsi ai firmatari del documento finale del congresso, la famosa Piattaforma di Alba che raccoglie i «rappresentanti delle avanguardie di otto nazioni», per costruire «un ambiente e stili di vita nuovi» attraverso la messa in pratica dell’«urbanesimo unitario», «sintesi» anti-utilitaristica di arti e tecnologia. Si profila, adamantino, prescrittivo, intransigente, Guy Debord, ormai a un passo dall’Internazionale situazionista.
E sulle prime può farci sorridere (prosopopea o idealistica baldanza?) l’aggettivo “mondiale” attribuito al congresso, se non ci caliamo abbastanza nella realtà dell’epoca, non soltanto geopolitica: invitare artisti e teorici d’avanguardia dall’Algeria (via Parigi), dall’Inghilterra o dalla Cecoslovacchia, grazie a una rete di conoscenze personali intessute senza mezzi materiali ma per incontri ed esperimenti d’affinità, nell’Europa lacerata e fervida del dopoguerra, non è cosa da poco.

Erano certo, all’epoca, posizioni minoritarie, fuori dal sistema, insofferenti verso l’ideologia perbenista che le tollerava al più nell’ottica dell’eccentricità: si leggano anche così le scritte dipinte sulle pareti della mostra nel politeama Corino («Si garantisce che le tele sono di puro cotone»; «Non bestemmiare»…). Insieme a quel “mondiale”, conta moltissimo l’altro aggettivo, “liberi”: gli artisti, dice Jorn, sono (o dovrebbero essere) «gli uomini più liberi e indipendenti della società». In questo scenario movimentato (e movimentista) che aspira a intervenire sulla società per rinnovarla e liberarla, entra, entusiasmandosene, Pinot Gallizio; con sé, per qualche tempo, trascina nel gioco anche Alba, «zona libera dell’Antimondo». Finirà troppo presto.

Otto anni dopo, nell’opera-catalogo (e testamento), “L’anticamera della morte” (ora al centro studi Beppe Fenoglio), Gallizio non mancherà di incastonare tre statue-colonne in legno, piccole polene che aveva recuperato di fronte a casa sua, dalla demolizione-naufragio del politeama Corino.

Edoardo Borra