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Gabriele Proglio e il conflitto libico del 1911-12

CULTURA Il nuovo saggio sarà presentato venerdì 4 alla libreria La torre
Il nuovo saggio di Gabriele Proglio, Libia 1911-1912. Immaginari coloniali e italianità (Le Monnier) sarà presentato venerdì 4 novembre (data non scelta a caso) alle 20.45 nella sede della libreria La torre, nella galleria della Maddalena, in una serata animata dall’intervento del collettivo Chiamatemi Ismaele. Nel suo lavoro lo storico albese si è dedicato all’esame della rielaborazione ideologica, della comunicazione, compresa la letteratura, degli anni della preparazione, della conquista e quindi della colonizzazione della Libia. Il conflitto con il morente Impero ottomano è uno dei tanti capitoli dimenticati del Novecento. Da un lato è oscurato dalla grande guerra, dall’altro gli italiani hanno sempre fatto malvolentieri i conti con il loro passato bellico e coloniale.

L’impresa per conquistare lo «scatolone di sabbia» (la definizione è di Gaetano Salvemini) fu uno dei prodromi sottovalutati della prima guerra mondiale, ma dal punto di vista dell’immaginario collettivo fu l’occasione per costruire un’italianità vincente, come diremmo oggi, agli occhi delle altre grandi potenze, come ci si esprimeva allora. «Prima del 1911 l’Italia vale meno di zero, è vista quasi come un Paese africano. Anche a livello antropologico, di razza, è inferiore nella prospettiva nordeuropea», spiega Proglio. La risposta italiana, soprattutto del nascente nazionalismo di Enrico Corradini, è affidata ad argomenti che assomigliano molto a quelli che vent’anni dopo userà Mussolini per la sua propaganda: «Non siamo un popolo arretrato, ma gli eredi dei Romani».

Nella seconda parte Proglio ha esaminato il ruolo della Chiesa, o almeno dei parroci e dei vescovi che nelle omelie e nei discorsi «veicolano quel tipo d’italianità legato a simboli, ad esempio le aquile romane, o a concetti come la guerra come strumento di missione civilizzatrice. E in occasione delle celebrazioni per i caduti le autorità politiche non possono mancare. In questo modo si crea una nuova congiunzione tra Chiesa e Stato». In realtà, parte della Chiesa non «realizza, così come Giolitti, il cambiamento che è in atto nella società italiana». Un aspetto ancora meno noto di quegli anni riguarda l’«educazione dei nuovi italiani. Di come la guerra è raccontata ai bambini, futuri “soldati della nazione”. Sui giornali di pedagogia prende vita un dibattito serrato, mentre il Corriere dei piccoli pubblica immagini di bambine vestite da crocerossine e piccoli in divisa da bersagliere o alpino».

L’ultimo capitolo è sulla letteratura. Tra gli autori favorevoli all’intervento in Libia ci sono grandi nomi – tra gli altri Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli, Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Saba. «Molte opere introiettano l’idea che l’italiano è migliore dell’arabo, voltagabbana. Lo scopo della mia ricognizione era anche arrivare alle radici degli stereotipi e dei pregiudizi; nelle pagine del tempo lo straniero è uno strumento o un nemico».
Paolo Rastelli