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Piero Masera: la fotografia, le Langhe, il premio, la Biennale di Venezia

ALBA Nel 1976 il medico e celebre fotografo vinse il primo concorso
Complici forse le tinte e gli elementi naturali di stagione; o forse trattenendo ancora immagini e considerazioni di una serata promossa dal circolo albese del Fai qualche mese fa, siamo tornati nella Langa e nei mondi di Piero Masera, sfogliando ancora una volta l’antologia che presenta l’opera poliedrica e gentile, appassionata senza ombra di sguaiatezza o prevaricazione, di questo medico-fotoamatore morto non ancora a quarant’anni nel 1979.

Il suo notevolissimo percorso fotografico è racchiuso in meno di vent’anni: lui stesso, stilando un suo curriculum artistico nel 1970, faceva risalire l’inizio di tutto a dieci anni prima. Nel 1960, possiamo tentare di figurarcelo, giovane studente di medicina a Torino, figlio di uno dei medici più stimati di Alba, cresciuto in una casa che, a due passi dal Grande Albergo Savona di suo nonno Giacomo Morra, era regolare ritrovo di amici per lunghe chiacchierate del dopocena che valsero loro l’autoironica etichetta di “Salotto Bellonci” (tra questi, il solo che all’autentico premio Strega si sarebbe per lo meno affacciato, senza perderci «né sonno né appetito», era Beppe Fenoglio).

La disponibilità familiare mette in mano a Piero Masera gli strumenti per assecondare l’interesse per la fotografia (è l’amico fotografo Agnelli a procurare la prima macchina professionale) e in particolare per l’ancora poco diffuso, meno accessibile colore; la possibilità di viaggiare, anche all’estero, fa sì che ritroviamo il nostro giovane fotoamatore, nel giugno del 1963, al Rotary club di Alba, mentre proietta diapositive da un viaggio in Scandinavia.

È lo stesso Masera a segnalarlo nel curriculum, come sua prima uscita pubblica; e se quella poteva ancora sembrare, per i distratti o i meno favorevoli, la condivisione degli scatti da una vacanza, non può essere fraintesa la seconda sortita, una serie di diapositive a colori intitolata Le Langhe e proiettata la prima volta nell’ottobre del 1964 (l’anno, per inciso, della laurea a pieni voti e con dignità di stampa) al Centro turistico giovanile; brodo di coltura del Gruppo fotografico albese, che nascerà l’anno seguente e che dunque Piero Masera, pur entrando effettivamente a farne parte solo nel 1967, frequenta dagli albori.

Non si può fare a meno di notare come, pur nella semplicità dell’occasione e nella stringatezza del titolo, Le Langhe diventino ufficialmente un tema: non che non fosse già in corso di esplorazione da parte di altri fotografi, o persino oggetto, in quello stesso giro di anni, di iniziative documentaristiche o editoriali; qui però leggiamo, formulata, una indicazione precisa, ed è significativo che la ritroviamo, poco dopo, come materia di concorso.

È infatti nel 1966, cinquant’anni fa esatti, che Piero Masera comincia la sua clamorosa, gratificante esperienza ai concorsi fotografici, sempre più prestigiosi e di portata internazionale, inquadrata all’interno di statistiche (come quella Federazione italiana associazioni fotografiche) che misurano una specie di media-partita degna del baseball.

La prima partecipazione al secondo concorso Il Monferrato e le Langhe, organizzato dal Lions club di Canelli coincide con la prima vittoria; e la diapositiva vincente non poteva che intitolarsi Nebbia sulla Langa, per l’autore di quel Mattino sulla Langa che divenne una vera e propria icona alla Biennale fotografica di Venezia, nel 1978; un manifesto che proprio Aldo Agnelli, quale tributo alla sensibilità e al valore del suo più giovane compagno di scatti, tiene inquadrato accanto alla porta di casa, prima immagine offerta, quasi imposta, a chi gli suoni il campanello.

Sempre nel 1966, anche Alba si dotò di una Biennale fotografica: un altro passo che dice come, grazie al Gfa e a una nuova generazione di appassionati, la scena stesse evolvendo e la città guadagnasse sul piano artistico e culturale. Anche alla prima Biennale di Alba, Masera vince un primo premio: la diapositiva si intitola Quattro alberi bianchi. Dall’anno dopo, la progressione è geometrica, le affermazioni e le menzioni non si contano, e Masera rivela anche una propensione al racconto straniante, all’uso derivativo dei titoli, alla messa in scena in cui tante suggestioni del tempo (cinema, musica, moda) sono riflesse e conservate.
Edoardo Borra