Pitecus, dopo il successo di New York, è al Politeama di Bra il 31 gennaio

Antonio Rezza e Flavia Mastrella

INTERVISTA

Nel teatro Politeama Boglione di Bra domani, martedì 31 gennaio, alle 21, andrà in scena Pitecus, spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella. I due autori si occupano da più di vent’anni della produzione di teatro, film a corto e lungo respiro, trasmissioni televisive, performance e «set migratori». I biglietti sono disponibili al botteghino del Politeama di Bra e nei punti vendita Piemonteticket. Parlando con Rezza si capiscono retroscena e profondità di Pitecus.

Lo spettacolo che va in scena a Bra ha conosciuto uno straordinario successo soprattutto a New York. Dev’essere un’emozione forte.
«Certo. Il pubblico di New York ha apprezzato la performance, grazie soprattutto al fatto che i critici, i giornalisti e gli addetti ai lavori in genere in America sono molto più preparati dei colleghi italiani. Questa esperienza viene trasmessa al pubblico, che risulta particolarmente attento e reattivo».

Ci può raccontare la trama dello spettacolo Pitecus?
«Il successo credo che derivi proprio dal fatto che non può essere raccontato. Può solo essere visto. Pitecus racconta della condizione umana in genere, di temi come la paura della malattia e della morte, delle contraddizioni insite all’identità. Racconta storie di tanti personaggi, un andirivieni di gente che vive in un microcosmo disordinato: stracci di realtà si susseguono senza filo conduttore, sublimi cattiverie rendono comici e aggressivi anche argomenti delicati. Non esistono rappresentazioni positive, ognuno si accontenta, tutti si sentono vittime, lavorano per nascondersi, comprano sentimenti e dignità, non amano, creano piattume e disservizio».

Chi sono i personaggi, qual è la loro “forma”?
«I personaggi sono brutti somaticamente e interiormente, sprigionano qualunquismo a pieni pori, sprofondano nell’anonimato ma, grazie al loro narcisismo, sono convinti di essere originali, contemporanei e, nei casi più sfacciati, avanguardisti. Parlano un dialetto misto, sono molto colorati, si muovono nervosi e, attraverso la recitazione, assumono forme mitiche e caricaturali, quasi fumettistiche».

Una sceneggiatura scritta oltre vent’anni fa. Che cos’è cambiato da allora?
«Era un tempo nel quale credevamo di poter cambiare le cose».

Si riferisce al mondo dell’arte italiano?
«Il mondo dell’arte è corrotto, profondamente trasformato. Il teatro e il cinema vivono grazie ai finanziamenti ministeriali, cosa che rappresenta una bestemmia. Un vero abominio. L’arte non dovrebbe essere dipendente dallo Stato, in nessun modo. Se i nostri lavori fossero stati mediocri saremmo stati costretti anche noi a ricorrere agli aiuti ministeriali. Fortunatamente la nostra produzione sembra attrarre e colpire il pubblico con particolare eccezionalità: le persone continuano a seguirci e non possiamo che esserne felici».

Matteo Viberti