La nostra vita minata a causa della malnutrizione da opulenza. Intervista a Carlo Petrini sull’alimentazione

L’INTERVISTA  «Slow Food è un’associazione internazionale no profit impegnata a ridare valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi, grazie ai saperi di cui sono custodi territori e tradizioni locali»: così si racconta l’associazione fondata da Carlin Petrini, nata tra albese e il braidese e che ha rivoluzionato il concetto di alimentazione a livello mondiale.
Abbiamo incontrato Petrini per parlare di cibo e dei nuovi fantasmi – antropologici, chimici ed economici – a esso collegati, di alimentazione biologica e “emotiva”.

Lei ha fatto del cibo e dei suoi aspetti antropologici, simbolici e etici la sua ragione di vita. Come vede evolvere la situazione?

«La situazione è complessa e critica. Assistiamo a vere e proprie pandemie: pensiamo alle allergie alimentari, al milione di celiaci in Italia, al diabete. Alla carne rossa che sembra causare tumori sul lungo termine. In alcuni casi si tratta di paure infondate, ma nel complesso rappresentano preoccupazioni veritiere. Il cibo è sempre più industriale e zeppo di edulcoranti, aromi artificiali, conservanti. Pensiamo all’olio tartufato nelle Langhe: un prodotto chimico tutt’altro che salubre. Eppure facciamo finta di niente in nome della vendita e del profitto. Non viviamo in una società affetta da fame e malnutrizione, ma in un mondo che soffre di “malnutrizione da opulenza”. L’eccesso ha condotto a una situazione fuori controllo in cui la contaminazione degli alimenti è quasi ubiquitaria».

Come reagisce la gente di fronte a questa denaturalizzazione del cibo?

«Il consumatore sta acquisendo informazioni e tale consapevolezza si tramuta in un’esigenza diversa, in una richiesta massiva di prodotti naturali e genuini. Meglio non sottovalutare questomovimento dal basso, che esprime un bisogno e dev’essere ascoltato. Nel futuro prossimo prevedo un incremento spropositato di problematiche legate all’alimentazione e delle paure correlate. La grande industria se ne deve rendere conto».

A proposito di grande industria e multinazionali. È vero che la biodiversità sta scomparendo proprio a causa delle logiche del profitto dominanti?

«Certo! Si pensi che cinque multinazionali agricole detengono l’80 per cento dei semi esistenti sulla terra. Cosa significa? Le varietà vengono selezionate: soltanto quelle con maggiore capacità produttiva vengono salvate, le altre sono scartate. La biodiversità – ovvero l’eterogeneità dei prodotti: esistono moltissime specie di pomodori, non soltanto uno – si assottiglia sempre di più. Stanno perciò nascendo banche dei semi, scambi tra agricoltori, movimenti dal basso per preservare invece le varietà. Come Slow Food difendiamo ad esempio la pera Madernassa a livello locale: è un frutto con una precisa identità, che non può essere dimenticata o sacrificata per lasciare spazio a coltivazioni intensive, più convenienti a livello quantitativo ma di qualità scarsa. Infine, la perdita di biodiversità comporta rischi dal punto di vista ecologico e medico. Dobbiamo pensare a che cos’è successo in Irlanda anni fa, quando un virus colpì l’unica varietà di patata esistente: carestia, fame, malattie ovunque».

Che cosa fa Slow Food per contrastare il fenomeno?

«Il nostro progetto più importante è l’Arca del gusto. Concetto eloquente: l’arca è l’imbarcazione sulla quale Noè salvò le specie animali. Noi vogliamo fare la stessa cosa per i prodotti: proteggere l’agricoltura dall’estinzione. Puntiamo alla sensibilizzazione e alla diffusione di informazioni, affinché il consumatore possa avere facile accesso a cibi genuini e il contadino maggiore dignità. Oggi il biologico si è ridotto a una nicchia elitaria per ricchi. I concetti di naturalità e salubrità dovrebbero invece riguardare chiunque, da chi produce a chi consuma».

Matteo Viberti