Francesco, il Papa che ha a cuore il futuro dei giovani

VERSO IL SINODO Le Chiese europee a confronto sui temi giovanili. Riflessioni dei delegati italiani
Al Simposio delle Chiese europee, celebrato a Barcellona nel marzo scorso, sul tema della pastorale giovanile, hanno partecipato 275 delegati di 37 Conferenze episcopali e vari direttori degli Uffici della Conferenza episcopale italiana (Cei) i quali, interpellati sulle principali problematiche vissute dai giovani, hanno offerto alcune significative indicazioni in vista del Sinodo che si terrà nell’ottobre 2018 su giovani, fede e vocazione.

«Dobbiamo capire dove siamo noi adulti, educatori, responsabili di comunità. Perché la domanda sui giovani ci rimbalza, ci viene addosso. Non sono in questione i giovani, siamo noi che abbiamo perso il contatto con loro. La conseguenza è mettersi in ascolto». È don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei, a fare il punto sulla situazione dell’accompagnamento pastorale dei giovani in Italia. «Il Sinodo ci offre la possibilità di fermarci e porci delle domande: e la domanda non è che cosa facciamo noi, ma è dove sono i giovani, cosa ci chiedono, cosa sognano, come vivono, come si costruiscono. Il rischio più comune è quello di voler sentire dai giovani quello che vogliamo sentire noi. A volte si ha quasi l’impressione che non crediamo abbastanza alle domande serie e profonde che i giovani si pongono».

Le sfide dell’accompagnamento. A Barcellona, i delegati europei si sono confrontati per quattro giorni sulle sfide dell’accompagnamento. Come dovrebbe essere? «Non lo so», risponde Falabretti, «lo dobbiamo capire. Sicuramente bisogna imparare a sospendere un giudizio, ascoltare, provare a capire. Noi non vogliamo convertire i giovani. A loro vogliamo bene. Non credo che il Papa voglia o sia preoccupato di riportare i giovani in Chiesa. Credo piuttosto che abbia a cuore il loro futuro».

In merito alla pastorale delle vocazioni, il responsabile dell’Ufficio Cei, don Domenico Dal Molin, osserva che «c’è una cultura della paura per l’impegno che blocca sulla “non scelta” e si sposa con la paura del “per sempre”. È quindi importante lavorare a livello motivazionale, alleggerendo il carico che questa paura porta a livello psicologico. Il confronto con le Chiese europee aiuta a vedere le luci e le ombre della nostra realtà. A valorizzare quello che di buono stiamo facendo ma anche a capire in quale direzione nuova andare. A livello di Chiesa italiana abbiamo una robusta tradizione che ha radici profonde. Mi pare però che facciamo fatica a vedere le opportunità nuove che nascono in mezzo ai giovani. Non aspettando che siano loro a venire da noi, ma andando noi là dove loro ci portano».

«I giovani non sono definibili con delle etichette»: è la risposta di Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della Cei. «Sono un mondo vario, plurale, pieno di grandi desideri e voglia di vivere e, soprattutto, alla ricerca di esempi significativi. Sono attenti, vedono tutto e, se trovano persone vere e autentiche, certamente le ascoltano. Dobbiamo fare anche noi lo stesso con loro: eliminare tanti pregiudizi e grattare sotto le apparenze. Se saremo capaci di farlo, avremo delle belle sorprese».

Scuola e università sono occasioni preziose di incontro. Gli universitari in Italia sono 1 milione e 700mila. Solo a Torino se ne contano 100mila. Mancano nelle università statali spazi dove sia possibile portare avanti un cammino di pastorale universitaria e sono solo 200 i sacerdoti e i religiosi che si dedicano a questo impegno. Don Luca Peyron è uno di loro. È responsabile della pastorale universitaria del Piemonte. Ricorda che «avere 20 anni determina tutta una serie di istanze, bisogni, aspirazioni, paure e speranze che vale la pena intercettare. Essere universitari è una chiave di accesso per arrivare al cuore dei giovani attraverso la loro intelligenza. In fondo l’università è il passaggio della vita in cui i ragazzi diventano giovani adulti. È il tempo in cui la loro vita in qualche modo sarà determinata per sempre».

«I giovani si attendono molto dalla Chiesa», conclude monsignor Oscar Cantoni, vescovo di Como e presidente della Commissione per le vocazioni dei vescovi europei (Ccee), «a questa attesa dobbiamo rispondere con attenzione per mettere a fuoco chi sono, dove stanno andando, di cosa hanno bisogno. Con pazienza lasciando loro il tempo di scoprire quali sono le vie più adatte per farsi aiutare e, soprattutto, con una grande misericordia perché si sentano pienamente accolti e amati».

Giovanni Ciravegna