Annamaria nel solaio: «Il giornale mi ha dato un grammo di felicità»

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«Trovai Gazzetta d’Alba nel solaio di un appartamento in cui stavo da piccola, in una viuzza del centro città. Ricordo che le stanze erano due soltanto, in famiglia eravamo in cinque. Immigrati dal Sud, lesinavamo su ogni briciola per mancanza di soldi. Acciughe e ceci erano le pietanze più prelibate in cui potevamo sperare e per bambole usavamo stecchi di ghiacciolo».
Annamaria ha 55 anni oggi e racconta la sua infanzia in qualche modo intrecciata a quella del giornale di cui festeggiamo il compleanno nei prossimi giorni.
«Quando fuori pioveva io e le mie sorelle, per non patire la solitudine, attendevamo il ritorno di nostro padre muratore nel solaietto di casa. Là giocavamo a tris e alla bella lavandaia, alle cacciatrici, a essere chi non eravamo. Un giorno, attorno al 1969, trovammo un giornale in un angolo del solaio. Non capivamo i contenuti degli articoli, la nostra lettura individuava piuttosto gli aspetti grafici elementari: le fotografie, i grassetti, i corsivi». Annamaria e le sorelle iniziarono a ritagliare le lettere e comporre messaggi da dedicare al padre quando tornava dal lavoro. Scrivevamo cose che, per timidezza o assenza di confidenza con gli affetti, non avremmo saputo dire a voce. Erano frasi elementari, come: “Ti voglio bene”, oppure: “Anche se sei sempre stanco ci stai simpatico”. Nel tempo il giornale divenne uno strumento di relazione con nostro padre».
Pian piano, mentre Annamaria cresceva il rapporto con Gazzetta d’Alba si trasformò. «Penso che la memoria affettiva di quei momenti sedimentò nel fondo della nostra anima. Ebbi tre figli e studiai al liceo; oggi lavoro in una grande azienda e posso dirmi felice. Gazzetta d’Alba è per me un filo rosso. Ogni settimana leggo le storie di un giornale che è cambiato nei colori, nelle tonalità, nel linguaggio e nella forma. Storie di imprenditori, immigrati, barboni, avvocati, agricoltori, medici, psicologi, insegnanti. Sono le biografie di chi vive nel mio stesso luogo ma che non saprei incontrare senza le pagine del giornale. Se Gazzetta nella mia infanzia era diventato un mezzo di comunicazione con mio padre, ora è un cordone ombelicale col mondo. Credo davvero che un grammo della mia felicità dipenda anche da questo».

Qualche anno fa, quando il padre di Annamaria era già vecchio, «lo aveva preso una strana malattia che gli confondeva i ricordi. Un giorno prese il giornale e cominciò a ritagliarlo. Era un articolo che parlava della storia di un muratore. Quel gesto mi commosse, lo presi come il regalo più bello, una restituzione d’affetto del tutto insperata».

Matteo Viberti