Wall of sound fa 10 alla Bottari Lattes di Monforte

MOSTRA La prima fu nel 2007: alla fondazione monfortese nuova esposizione di musicisti ritratti da Guido Harari

Guido Harari ha conosciuto e ritratto i grandi miti della musica, da Fabrizio De Andrè a Bob Dylan, Bob Marley, Vasco Rossi e Frank Zappa e firmato innumerevoli copertine di dischi.

Con molti dei musicisti con i quali ha lavorato, Harari ebbe un’intesa che gli permise di cogliere aspetti inediti e non convenzionali e rivelatori della natura dei soggetti. Ne risultano «immagini musicali, piene di poesia e di sentimento», per usare le parole di Lou Reed, non uno qualunque. Da Milano anni fa si trasferì ad Alba, dove ha portato avanti progetti, tra mostre e libri e dove nel 2011 ha aperto con la moglie Cristina Pelissero la galleria Wall of sound. A dieci anni dalla mostra allestita nel centro storico, Monforte accoglierà un nuovo allestimento di Guido Harari, Wall of sound 10, e porterà alla fondazione Bottari Lattes, che l’ha commissionato, immagini classiche e inedite del fotografo. L’esposizione riprende il titolo del 2007, pensato in richiamo alle mura del centro storico che allora ospitarono, in occasione di Monfortinjazz e fino all’inverno, i pannelli di Harari.

Le foto saranno in mostra nelle sale della fondazione di via Marconi, sulla terrazza e nella piazzetta antistante, da sabato 17 giugno – inaugurazione alle 18 – nell’ambito di Cambi di stagione-Inside. Saranno in mostra immagini inedite, ma anche alcuni dei pannelli originali che dieci anni fa tinsero di blu la “saracca”: ritratti su carta (anche inediti) di artisti come David Bowie, Patti Smith, Bob Dylan, Lou Reed, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Peter Gabriel, Bob Marley, Kate Bush, BB King, Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber, Vasco Rossi, Paolo Conte, Vinicio Capossela e molti altri.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo, a cura di Wall of sound edizioni. Resterà aperta fino al 2 settembre (ingresso gratuito) dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 e dalle 14.30 alle 17, sabato dalle 15.30 alle 18.30. L’allestimento arriverà in forma ridotta anche a Torino, allo Spazio Don Chisciotte, dal 26 ottobre a Natale.

L’intervista

Harari, la sua fotografia è un racconto per immagini.
«Non ho mai considerato la fotografia una professione. Sono un ostinato che ha fatto del suo sogno il proprio lavoro. Quando cominciai, desideravo conoscere gli artisti che mi avevano affascinato. Stabilivo un contatto, dal quale nasceva una telepatica intesa che permetteva di instaurare un rapporto con il soggetto».

La concezione del rapporto tra l’artista e il fotografo consentì di creare dei legami con i personaggi ritratti?
«Con molti artisti sono nate delle frequentazioni, che a volte si sono trasformate in rapporti di amicizia. Ricordo con piacere Joni Mitchell, Lou Reed, Laurie Anderson, Gianna Nannini, Vinicio Capossela e Fabrizio De Andrè, per citarne alcuni».

Qual è stata l’evoluzione negli anni? «La possibilità di avvicinare gli artisti durò solo fino agli anni Novanta; poi, per questioni di marketing da parte di agenti e discografici, l’ambiente della musica si irrigidì. Fu anche la fine della discografia come l’avevo conosciuta vent’anni prima. C’è stato un tempo in cui ha contato molto, per fotografi, giornalisti e artisti, far parte della stessa generazione in cammino. È accaduto molto prima dei videoclip, di Internet e dei social».

Cosa è cambiato dalla prima mostra in Langa, dieci anni fa, a oggi?
«Intanto la nascita della galleria Wall of sound, che nel frattempo è anche diventata casa editrice, rendendomi più indipendente: oggi posso decidere la qualità e gestire tutti gli aspetti di libri e mostre. La filosofia alla base dei miei progetti è sempre la stessa e risponde all’esigenza di divulgazione e condivisione. Si tratta di trasmettere a più generazioni testimonianze di prima mano, far conoscere un modo di fare musica e fotografia oggi mutato, riportare lo sguardo a una musica ma anche a una cultura che hanno segnato un’epoca».

Dopo tante esperienze di respiro nazionale e internazionale, Alba è la città dove Harari ha scelto di vivere.
«Vivo ad Alba da tredici anni, dopo una vita trascorsa a Milano con permanenze in America e in Gran Bretagna. Di Milano non ho nostalgia: è una città atrofizzata che si è involgarita. Ad Alba e nelle Langhe ho trovato una realtà ancora a misura d’uomo, anche se sempre più e troppo centrata sull’enogastronomia e dove, stando a recenti statistiche, la cultura rimane purtroppo un fanalino di coda».

Elisa Pira