Il Piemonte sembra aver svoltato l’angolo della crisi

L’INDAGINE / 1 La reazione spontanea al termine “recessione” è la paura: sia a causa del carattere di attualità dell’esperienza collettiva sia perché il non controllabile è uno dei più atavici incubi. Ma il 29 giugno a Torino qualcosa potrebbe cambiare. Dall’incontro dal titolo “Piemonte economico e sociale” emergerà infatti un gomitolo di dati, che potrebbe indurre molte persone a riconsiderare il concetto secondo cui la crisi è una maledizione o un fenomeno indipendente da decisioni politiche, trasformandolo invece in una lezione da cui apprendere. Gazzetta d’Alba racconta in queste pagine le anticipazioni che Ires Piemonte – l’istituto di ricerca che ha curato anche quest’anno il rapporto sullo stato socio- economico della nostra regione – ci ha concesso in anteprima. Dalla dettagliata analisi dal titolo “Guardare oltre il presente” emerge una situazione complessa, che induce a delicate e ponderate riflessioni: noi abbiamo seguito il filo dei ricercatori.

La crescita c’è

Il Piemonte cresce per il secondo anno consecutivo, seppure meno del Nord Italia. Le ragioni sono anche di matrice internazionale, dicono i ricercatori: trattati commerciali, guerre, instabilità politica interna agli Stati condizionano la vita quotidiana dei piemontesi in maniera silente ma non per questo poco incisiva. Ed ecco i numeri: nel 2016 il Pil (Prodotto interno lordo) del Piemonte è cresciuto dello 0,8%, con una dinamica simile a quella dell’Italia (+0,9%). Al risultato ha contribuito l’incremento della domanda interna (+1,6%), mentre quella estera ha dato un contributo negativo.

Il lavoro aumenta

Sull’occupazione affiorano guarigioni e sintomi caratteristici di un corpo in cambiamento: nel totale sono 12mila gli occupati in più nel 2016 rispetto all’anno precedente, per un corrispettivo dello 0,7 per cento, meno però della media nazionale e del Settentrione. Decisivi sono stati i servizi, con un aumento dell’1,7%, pari a 19mila lavoratori. L’industria in senso stretto è incrementata meno del 2015 (+0,7%), a causa della contrazione del lavoro autonomo. Il settore delle costruzioni è rimasto in uno stallo assoluto.

Gli inattivi sono in calo

Un dato interessante riguarda gli inattivi: si riduce il numero delle persone in cerca di occupazione di 18mila, abbassando il tasso di disoccupazione di un punto percentuale rispetto al 2015 (perché nel computo dei disoccupati non rientra chi non cerca lavoro). Con il 9,3% il tasso di disoccupazione piemontese si colloca quasi a metà fra la media delle regioni settentrionali (7,6% nel 2016) e il valore nazionale (11,7%). Interessante appare il confronto con il 2006, anno in cui il concetto della crisi globale che abbiamo conosciuto era soltanto un’ipotesi (vedi anche gli altri articoli del servizio).
Ma Maurizio Maggi, uno dei ricercatori Ires, ammonisce: «Tornare come prima non si può. Le crisi significano cambiamento, obbligano a rivedere i presupposti socio-economici – a quanto pare incorretti – e su di essi allestiscono nuovi paradigmi».

Matteo Viberti