Tullio Pericoli e il suo paesaggio rivoluzionario in mostra ad Alba

Da sinistra: Angelo Gaja e Tullio Pericoli durante l'inaugurazione della mostra, ad Alba

INTERVISTA Il pittore ad Alba per l’apertura della mostra “Le colline davanti”
Se gli si chiede qualche dettaglio del suo viaggio in moto tra le colline di Langhe, Roero e Monferrato, che lo hanno ispirato a tal punto da realizzare un intero ciclo con il nero dei filari, il verde dei boschi e l’azzurro del cielo, Tullio Pericoli preferisce non scendere in dettagli: «Non saprei dire i punti esatti in cui sono stato, perché mi sono lasciato trasportare dai panorami che più mi attiravano». La sua personale, “Le colline davanti”, è stata inaugurata sabato scorso nella chiesa di San Domenico, dove sarà visitabile fino al 26 novembre.

Ottantacinque le opere esposte, tra oli su tela e disegni a pastello e carboncino: un omaggio ai paesaggi naturali che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’umanità, ma soprattutto un percorso interiore alla ricerca della bellezza incontaminata.

Ecco alcuni scatti realizzati durante l’inaugurazione della mostra.

Da sinistra: Angelo Gaja e Tullio Pericoli durante l'inaugurazione della mostra, ad Alba

È per questo che ha scelto di eliminare dalle sue visioni ogni traccia umana, se non le vigne ondulate con le quali il contadino ha saputo plasmare la natura con grazia.

Pericoli, come sono nate queste opere?
«Da una lunga gita sul sedile posteriore di una moto, con alla guida Alberto Serra: di fronte ai panorami che più mi colpivano ci fermavamo e io scattavo fotografie per fissarli nella mente. Con questa prima lettura del paesaggio, ho scelto le forme da dipingere e ho iniziato il mio lavoro. In effetti, sono stati i miei occhi a decifrare le immagini per me più attraenti: per questo la mia non è una lettura oggettiva delle Langhe, del Roero e del Monferrato, ma una visione del tutto personale».

Una visione personale, ma corrispondente alla realtà.
«Per fortuna, in questo caso, la mia interpretazione e la realtà hanno coinciso. Ogni altro pittore avrebbe fatto un lavoro diverso, perché nell’arte tutto è personale. Mi ricordo una serie di opere ispirate al lago di Garda, dopo un viaggio di un paio d’ore a bordo di un aereo da turismo. Io e il fotografo ufficiale scattammo entrambi diverse fotografie: una volta stampate, sembravano due paesaggi diversi».

Perché il paesaggio la ispira così tanto?
«Mi ispira per il suo essere rivoluzionario. Oggi è un tema un po’ dimenticato nella storia dell’arte, ma la più grande rivoluzione che la pittura ha avuto – l’Impressionismo – è avvenuta proprio con il paesaggio: rappresentando luoghi, Claude Monet ha cambiato il modo di dipingere».

Osservando le nostre colline, come vede il rapporto tra viticoltura e bosco, tra uomo e natura?
«Di certo la parte coltivata è predominante, ma non ho percepito violenza. Piuttosto mi è sembrato di trovarmi di fronte a una sorta di accordo tra le due dimensioni, come se il bosco si fosse delicatamente ritratto passo dopo passo. C’è un contrasto tra uomo e natura, ma in questo caso mi è sembrato dolce e armonioso. Purtroppo non è stato così nella mia terra – le Marche – dove la costa e le colline sono state deturpate dal cemento in modo incontrollato».

Oggi le piace fare ritorno nelle Langhe?
«I miei viaggi qui si sono interrotti anni fa, con la morte del mio carissimo amico Giorgio Bocca. Ho riscoperto questa terra grazie ad Angelo Gaja: è stato lui a invitarmi e a chiedermi di lasciarmi ispirare da queste colline. Così le ho nuovamente ritrovate e ho intenzione di tornarci al più presto».

Francesca Pinaffo