Martin ce l’ha fatta, è italiano, Elmira e Mondi sono qui per i figli

LA STORIA / 1 Nato il 13 giugno 1995 in Tanzania, più precisamente a Iringa, Martin Sombela poche settimane fa ha ricevuto la cittadinanza italiana ad Alba.

Martin, che significato ha avuto questo passaggio?

«Un grandissimo valore; da diversi anni avevo questo piccolo sogno. La consapevolezza è arrivata quest’estate, grazie alla conoscenza di una realtà chiamata Arte migrante, un gruppo di persone, soprattutto africane, che si trovano una volta al mese per condividere cibo, parole e abilità (si veda l’articolo dedicato di queste pagine)».

Sei diventato italiano da grande: che cosa cambia?

«Ricevere la cittadinanza a 22 anni, sapendo che sono arrivato piccolissimo, può stupire; c’è un po’ di rabbia, però c’è anche soddisfazione. Essere italiano mi permetterà di sentirmi più a mio agio, di votare, di essere inserito e di trovare impieghi stabili».

Che cosa pensi del tema dello ius soli?

«Credo che l’acquisizione e le procedure legate alla cittadinanza debbano essere più brevi, soprattutto quando si tratta di individui nati in Italia o arrivati in tenera età. Penso che la differenza tra essere o no italiano si veda in particolare nella ricerca del lavoro: non avere la cittadinanza complica la situazione. Si devono scartare i lavori pubblici, ad esempio, e questo è già un grande svantaggio. È sconfortante vivere da italiano e non esserlo».

a.r.

LA STORIA / 2 «Siamo nati a Scutari, in Albania», spiega Mondi Zefi, classe 1975, che con la moglie, Elmira, di 33 anni, ha risposto alle nostre domande.

Da quanto siete in Italia?

«Vivo regolarmente in Italia dal 2002, dopo aver abitato per 12 anni a Mykonos, in Grecia. Elmira è in Italia dall’agosto 2013. Io lavoro come cameriere, lei non lavora: inizialmente non era in possesso del permesso, poi sono arrivati un bimbo e una bimba, Mikelangelo e la piccola Geraldina».

Che cosa significa per voi essere italiani?

«Per noi tantissimo, ma soprattutto per i nostri bimbi: che i nostri sacrifici servano per dare loro un futuro migliore; quello che a noi è stato negato per ragioni politiche, vivendo sotto il comunismo. Quando andranno a scuola faranno amicizia con bambini italiani e si sentiranno uguali».

Che cosa pensi della proposta di legge sullo ius soli?

«Anni fa, in America, cambiava la legge sulla schiavitù delle persone di colore, e se adesso si parla di ius soli vuol dire che la legge del 1992 non basta più. Mi pongo una domanda banale: perché mio figlio dovrebbe aspettare i 18 anni per avere la cittadinanza? Cosa cambierebbe per lo Stato darla subito? Comunque, devo dire grazie all’Italia e agli italiani: da noi ci sono molte più ingiustizie e leggi sbagliate, che ci hanno costretti a lasciare parenti e amici per dare un futuro migliore ai nostri figli».

a.r.

Benarda Fikaj: «Spero che le cose possano cambiare per noi giovani»

LA STORIA / 3 Benarda Fikaj è una giovane albanese. Ha 19 anni e va a scuola nell’istituto Sebastiano Grandis di Cuneo. Dice a Gazzetta: «Sono nata in Albania; ho vissuto con mia madre nel mio Paese i miei primi anni di vita. Mio padre invece stava qui in Italia. Diceva: “Sto lontano da voi perché cerco un futuro migliore per la mia famiglia”. Sentivo la sua mancanza, ma ero piccola». La storia di Benarda prosegue con il padre che “riprende” con sé i propri figli, cioè il ricongiungimento. Arrivano tutti in Italia, terra nuova e con suoni diversi. Prosegue la ragazza: «All’inizio fu davvero difficile, un altro mondo, nuova lingua, nuova gente. Arrivata qui non riuscii a frequentare la scuola materna perché ero troppo grande, dovetti quindi attendere un anno per iniziare le elementari. Fu davvero arduo: non sapevo nemmeno scrivere il mio nome ma ebbi la fortuna di conoscere maestre che mi furono vicine. In questo momento sono all’ultimo anno delle superiori e progetto il futuro». Cosa pensi dello ius soli? Perché alcuni ti considerano italiana e altri no?, chiediamo senza delicatezze. «Credo sia giusto. Giusto è anche la conoscenza della lingua italiana per l’ottenimento della cittadinanza. Io, a causa di un intoppo proprio nel ricevere la cittadinanza, ho dovuto rinunciare a due borse di studio, che mi avrebbero dato la possibilità di andare all’estero e vivere un’esperienza. Questo è davvero scoraggiante. Spero che le cose possano cambiare per i giovani!».

Marco Giuliano

I giovani “stranieri” albesi di seconda  e terza generazione in Arte migrante

“Ad Alessia Mottura, la referente del gruppo Arte migrante ad Alba.

Che cos’è Arte migrante?

«Arte migrante nasce a settembre 2012 per iniziativa di Tommaso Carturan e altri amici. Il gruppo, apartitico e aconfessionale, organizza serate e incontri aperti a tutti con l’intento dichiarato di creare inclusione attraverso l’arte: partecipano studenti, migranti, senza dimora, lavoratori e disoccupati, giovani e anziani. Negli anni il gruppo è cresciuto e oggi esistono diversi nuclei attivi in varie città italiane, da Nord a Sud: Bologna, Modena, Torino, Cuneo, Como, Reggio Emilia, Imola, Palermo, Modica, Padova, Settimo Torinese, Latina e Alba».

Qual è il tipo di rapporto del gruppo con Alba?

«Arte migrante Alba nasce nel maggio di quest’anno dal mio desiderio di portare un po’ dello spirito vissuto a Torino. L’idea è piaciuta e ha coinvolto diversi giovani, tra cui anche rifugiati e richiedenti asilo. La città ci ha sempre supportati, concedendoci il libero utilizzo dello spazio H Zone durante il periodo estivo e restando aperta al dialogo».

Quanto ti pare sentito il tema dello ius soli?

«È molto sentito dalla comunità di Arte migrante, di cui fanno parte giovani stranieri di seconda e terza generazione. Le nostre serate di balli e musica sono lo strumento artistico per promuovere valori e idee come l’inclusione sociale, la non discriminazione, la condivisione, l’umanità e la parità, che prendono forma quando si parla di diritti: è il caso della riforma della legge odierna sulla cittadinanza in Italia».

a.r.