Barolo: chi ha paura di qualche ettaro in più?

VITICOLTURA Nei giorni scorsi si è sviluppata una nuova polemica sul Barolo. Motivo del contendere è il progetto di ampliare leggermente gli ettari impiantabili nel 2018, come se pochi ettari in più potessero provocare un’inflazione produttiva.

Tutto nasce dal fatto che, nel 2011, il consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani ha attivato la cosiddetta “gestione degli impianti” di alcuni vini. Non solo Barolo, ma anche Barbaresco, Langhe Arneis e, dal 2017, Dogliani. Ricordiamo che la funzione di gestire la denominazione è affidata per legge ai consorzi. È la funzione più importante e impegna il consorzio e i produttori a confrontarsi e a decidere su temi di sviluppo, come l’autorizzazione di nuovi vigneti. In questo caso, il consorzio avrebbe tre soluzioni possibili: negare ogni ampliamento, lasciare la libertà assoluta a ogni produttore o gestire lo sviluppo con un sistema che preveda da un lato un tetto massimo di ettari realizzabili all’anno e, dall’altro, alcuni criteri e punteggi per classificare le richieste di incremento.

Il blocco degli impianti potrebbe ottenere il plauso dei produttori più privilegiati (e anche più egoisti), ma determinerebbe alcuni effetti collaterali non positivi. Tra questi, il più grave è quello di provocare un crescente invecchiamento dei vigneti in produzione. La liberalizzazione assoluta darebbe esiti drammatici: ne sanno qualcosa proprio il Barolo e il Barbaresco che, tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio dei Duemila, hanno passivamente accettato una situazione di questo genere. Tra il 1998 e il 2007 il Barolo è cresciuto di 578 ettari (+46%) e il Barbaresco di 219 (+45%), con pesantissime conseguenze sul rapporto tra produzione e mercato.

La soluzione più logica è la gestione ragionata degli impianti, come il consorzio ha fatto dal 2011. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: al 31 dicembre 2016, erano 2.112 gli ettari di Nebbiolo da Barolo e 751 quelli da Barbaresco. Nello stesso tempo, i mercati sono in crescita, i volumi degli imbottigliamenti mantengono segno positivo anche nel passaggio tra il 2016 e il 2017 e le giacenze sono in calo. I dati parlano chiaro e sono a vantaggio di una evoluzione equilibrata del settore. Qualcuno punta l’indice sulla qualità, ma il livello non dipende dal numero degli impianti, a patto che vengano realizzati in siti idonei.

Ciò che ha scatenato la reazione di una parte (peraltro minoritaria) dei produttori e, soprattutto, del Barolo è la decisione del consorzio di alzare un po’ il numero dei nuovi ettari per il 2018 vista la mole di richieste pervenute ogni anno dal 2011 al 2017. La decisione riguarderebbe anche il Barbaresco, ma in questo caso dai produttori non è arrivata nessuna reazione.

Il progetto del consorzio porterebbe 30 nuovi ettari per il Barolo nel 2018 rispetto ai 20 concessi nel 2016 e 2017. Nel Barbaresco, il passaggio sarebbe da 7 a 11 ettari. In entrambi i casi ogni produttore potrebbe ottenere al massimo 0,5 ettari. Nel 2017 per il Barolo sono giunte 437 richieste di nuovi impianti per un totale di 129 ettari, mentre per il Barbaresco le domande sono state 124 per 34,36 ettari. Naturalmente, molte di queste istanze non sono state accolte, non perché non avessero i requisiti, ma perché superavano la soglia degli ettari autorizzabili.

Va detto che la nuova apertura è passata al vaglio dei produttori sia del Barolo che del Barbaresco, che hanno condiviso la proposta del consorzio. Inoltre, il progetto è stato approvato dal direttivo del consorzio stesso. Tutto in perfetta regolarità, come vuole la legge.

Almeno in questo settore la politica di sviluppo non dovrebbe essere discussa sui giornali, ma nelle sedi preposte, dove i produttori hanno diritto e rappresentanza.

Giancarlo Montaldo