Se il “cru” del tartufo è un buon esempio

TARTUFI Domenica 3 dicembre è stata inaugurata a Santo Stefano Roero la tartufaia “Rocche del Roero”, intitolata al compianto albese commendator Roberto Ponzio, considerato “il re dei tartufi”. «L’iniziativa merita un plauso. Il tartufo bianco delle rocche del Roero rappresenta, da sempre, un’eccellenza nell’ambito della produzione tartuficola. Creare una tartufaia di rilevanti dimensioni, capace di produrre un tartufo di caratteristiche organolettiche particolarmente pregiate, costituisce una rimarchevole novità ancora più apprezzabile in un settore finora così negletto e trascurato», afferma l’avvocato Roberto Ponzio, figlio del commendatore.
In che senso trascurato?
«In tutto il mondo quando ti offrono un tartufo bianco lo propongono come bianco di Alba. È mai possibile che uno dei prodotti più conosciuti e costosi non abbia avuto un riconoscimento giuridico? Mi riferisco a una sorta di Doc, Dop o anche Igp».
E invece?
«Il nulla. È incontestabile che, attraverso un processo di “volgarizzazione” iniziato negli anni ’70, la denominazione bianco d’Alba è andata ad assumere una valenza nazionale e internazionale riconosciuta a livello planetario. Nei mesi scorsi si è addirittura rischiata l’eliminazione della denominazione tartufo bianco d’Alba anche dall’allegato. Per questo la creazione di una specie di cru assume una particolare rilevanza».
Quali sono gli elementi che caratterizzano la nuova tartufaia delle rocche?
«Innanzitutto le dimensioni (tre ettari), potenzialmente estensibile a zone limitrofe. È stato predisposto un percorso per tutta la tartufaia con possibilità di accedere e avventurarsi in un’autentica oasi naturalistica. Esistono alberi e piante arboree dal comprovato rapporto simbiotico col tartufo. Si sta attuando poi un piano di piantumazione per potenziare la predisposizione alla crescita del tartufo».
Sarà stata emozionante l’intestazione della tartufaia a suo padre.
«Ho partecipato all’evento, unitamente ai miei familiari, con intensa commozione mista a orgoglio e fierezza filiale. Mi ha colpito essere avvicinato da numerosi tartufai che mi hanno raccontato episodi e aneddoti di quando mio padre era il mattatore dei mercati. L’intitolazione credo possa trovare un fondamento nella sintonia tra le idee paterne e i propositi degli ideatori della tartufaia».
Quali i punti in comune?
«Rivendicare il maggior pregio del nostro tartufo che, per composizione, qualità e profumo, non ha uguali. Mio padre, presente tutti i giorni sui mercati, ha commercializzato solo tartufi locali e di garantita provenienza albese. Inoltre, in documentate interviste dell’epoca, ammoniva sui pericoli derivanti dall’eccesso di chimica nelle colture agricole, dal bracconaggio (ricerca senza cane) e dall’inesistenza di guardie a vigilare. Moniti e problematiche che sono rimaste lettera morta con conseguenze devastanti sulla quantità e qualità del prodotto. La creazione della prima tartufaia consentirà di arginare un degrado che ha portato a un lento, progressivo e preoccupante calo di produzione. L’esempio di Santo Stefano può e deve rappresentare l’inizio di un’inversione di tendenza per il bene del prodotto più nobile e unico della nostra terra».

g.a.