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Tutti abbiamo un amico Blagheuȓ: ecco il significato di questo termine

ABITARE IL PIEMONTESE

Blagheuȓ: Individuo che ostenta, narcisista, saccente, vanitoso

Mentre la maggior parte di noi è tornata al lavoro nell’ordinaria routine per garantire l’ordinario per sé e i propri famigliari, c’è chi trova tempo e modo di prolungare le festività, concedendosi irripetibili ciarlate, proverbiali elenchi di gesta ed opportunità straordinarie (la maggior parte di queste, basate sui numeri). “Darsi delle arie”, insomma, pare essere un’attività che dimostra di aver interiorizzato soltanto così-così quel periodo/status che Beppe Fenoglio ha denominato Malora.

Ecco, allora, che oggi pronunciamo blagheuȓ. Parola netta, indica qualcuno che ha necessità di ostentare ed esibir sé stesso: a volte più per quel che ha, che per quel che è. Di solito il blagheuȓ (al femminile blagheuȓa) è una persona piuttosto megalomane che si relaziona con le altre persone “dall’alto verso il basso”, con superiorità, boria, pavoneggiamento, spiccato narcisismo: “Se tȓo giȓi a gambe dȓite, e-i sòrt nen ën centesim” (se si gira questa persona a gambe in su, dalle tasche non uscirà neppure un centesimo – anche metaforicamente).

Blagheuȓ, dunque ha un significato negativo, mentre il verbo “blaghé” diventa una presa d’atto per una qualità di una persona. Chièl lì o blaga (quello lì puo vantarsi), per qualcosa di bello o buono che ha compiuto.

Interessante notare che nella lingua francese (proveniente dallo stesso ceppo del piemontese), “blaguer”, significhi qualcosa come “scherzare”, o comunque “ironizzare”, “mascherare”. Niente di più riconducibile al corrispondente piemontese che ci aiuta a capire che, il nostro “blagheuȓ” è mosso probabilmente dal desiderio di mascherare qualcosa, scherzandosi, nascondendo una probabile debolezza o paura: non essere all’altezza, essere giudicato, non essere accettato, mostrare che grazie alla sua arguzia si è arricchito, ricorrendo così all’arma dell’ostentazione, della spavalderia per poter piacere agli altri e, chissà, anche a sé stesso.

Si corre però il rischio di fare la fine dei noti “aso ‘d Cavour: i-i é gnun ch’a i lauda e ‘s laudu da loȓ” (asini di Cavour (To): non essendoci nessuno a tesser loro le lodi, si lodano da sé).