Francesco Girotti, lo scultore albese che creava la sua arte con il metallo

Francesco Girotti

RICORDO È possibile dipingere con un saldatore elettrico. Senza punto interrogativo: è un fatto, una notizia. La riporta un titolo di giornale del 1955, subito memorabile e ancora oggi smagliante nella bibliografia e nei discorsi intorno a quel che si combinava ad Alba, nel laboratorio sperimentale di Gallizio, Jorn, Simondo. Un titolo che ci è venuto in mente pensando allo scultore Francesco Girotti, morto il 10 febbraio a 77 anni, e che in quegli stessi anni, ragazzino, imparava ad Alba il mestiere di saldatore alla bottega di Dario Sola.

Se avesse potuto entrare anche lui nel “gruppo” di Pinot Gallizio – di cui diceva di apprezzare la libertà fantastica – chissà che non l’avremmo trovato a fondere resine su pannelli di populit insieme ad Asger Jorn. Entra invece, poco più grande, in fabbrica, operaio alla Ferrero, dove lavora per decenni, diventando un “anziano” della fondazione; ma la sua perizia di saldatore riesce a riversarla anche nell’arte, liberandola (e liberandosi) dalla pura esecuzione meccanica, facendone un meditato strumento di espressione.

Sono state dunque le “lamiere” che, intorno ai trent’anni, aveva cominciato a scolpire, e non semplicemente ad aggregare. La fiamma come uno scalpello in un rapporto con la materia che diventa «una gara con me stesso». Lo raccontava in un’intervista del 1986 uscita sul periodico della fondazione Ferrero, Filodiretto, a cura di Linda Cena: «Faccio degli schizzi (…) ma non sono determinanti. Il vero disegno è quello con la fiamma ossidrica, direttamente sulla lastra. Quello che mi interessa è operare manualmente, foggiare il metallo (…) Mi interessa la forma più che il materiale. La tecnica non ha poi tutta quella importanza».

Diverse sono le commissioni che gli giungono in quasi mezzo secolo di attività, e le realizzazioni ispirategli dalle molte letture o dalla riflessione sulla storia; tante e notevoli le opere religiose: oltre alle vie crucis, ai fonti battesimali, ai candelabri, si rivedano certi suoi crocifissi “senza croce” (in Santa Margherita o al cimitero di Nizza Monferrato).

Lo strumento di tortura e ludibrio resta sottinteso e la figura del Cristo, tesa, scarna, sottile come nell’arte antica, quasi lignea – il padre, Giovanni, era scultore del legno nella prima metà del secolo – trasmette l’inermità umana del sacrificio e insieme il suo superamento – risultando impressionante senza bisogno d’enfasi, ma giusto dell’aria intorno. Molto ha voluto fare e lasciare, in energia e opere, per l’associazione intitolata allo zio, padre Giuseppe Girotti, Giusto tra le nazioni e beato, morto nel lager di Dachau per aver soccorso, tra i bisognosi, gli ebrei perseguitati da fascismo e nazismo. Anche per la dimensione civile della sua opera, Girotti aveva ricevuto, nel 2014, il premio San Giuseppe, ma non amava ostentare né premi né riconoscimenti.

Nel 1970 è l’unico scultore del gruppo artistico La crota (che tra i suoi soci contava diversi lavoratori della Ferrero); nel 2010, per l’antologica del quarantennale in San Domenico, consegna al catalogo la nota biografica più concisa in assoluto: «Vive e lavora ad Alba. Uno dei primi iscritti al gruppo. Per le sue sculture usa il ferro, bronzo, rame». Una riga sola: anche questa, se si vuole, un’opera di stilizzazione.

Edoardo Borra