Una deportazione privilegiata per il giovane Bernardo

Bernardo Milanesio con la nipotina Sofia e la moglie Anselmina Ciravegna

NARZOLE È ispirato alle vicende vissute durante l’Olocausto dal narzolese Bernardo Milanesio, classe 1924, il libro La verità che ricordavo, pubblicato dalle edizioni Codice in occasione della Giornata della memoria, poche settimane fa. E narzolese, in fondo, è anche l’autore, Livio Milanesio, figlio di Bernardo, scomparso lo scorso anno dopo aver trascorso a Narzole, con la moglie Anselmina Ciravegna, gli anni della pensione.

La vita di Bernardo Milanesio, grazie alla penna del figlio, che vive a Torino dove lavora come scrittore e docente, si intreccia a episodi di storia e a una trama che fa del romanzo un «ritratto tenero e allo stesso tempo spietato di un antieroe che per ingenuità o solo per vigliaccheria chiude gli occhi per non vedere, non chiede per non sapere, e che la Storia si incarica di riportare alla dura realtà della vita», come sottolinea una nota critica.

«Mio padre da giovane», ricorda l’autore, «abitava sopra la caffetteria Umberto I di Narzole, il luogo dove inizia il romanzo. Mia nonna e mio nonno gestivano il locale e anche mio padre ci ha lavorato per qualche anno. Dopo la guerra, invece, si era trasferito a Torino dove ha lavorato nel settore delle automobili. Dopo la pensione, però, i miei genitori sono tornati a vivere a Narzole.

Bernardo Milanesio era stato deportato alla fine dell’agosto del 1944 in Germania. La sua è stata una storia del tutto originale: finisce a fare lo sguattero di cucina nel circolo ufficiali di uno dei più grandi campi di addestramento dell’esercito tedesco, vivendo una deportazione privilegiata che fu per lui un’esperienza meno atroce di altre. Da qui prende le mosse il libro distribuito in tutte le librerie e nei circuiti on-line e che sarà presentato a breve anche a Bra e a Narzole.

e.a.